L’abitare contemporaneo non può essere interpretato attraverso la sola efficienza funzionale. Il modulo formativo mostra come il progetto degli interni sia diventato progressivamente un dispositivo capace di attivare emozioni, rappresentare identità e mettere in relazione dimensione fisica, digitale e sociale. Tra i temi centrali:
- la crisi del modello moderno e funzionalista
- la casa come espressione di identità individuale e collettiva
- il ruolo simbolico degli oggetti nel progetto d’interni
- l’architettura multisensoriale e l’esperienza emotiva dello spazio
- le visioni radicali che hanno anticipato reti, mobilità e immaterialità
- il concetto di abitare aumentato nell’epoca delle connessioni digitali.
Dalla casa funzionale alla casa identitaria
Il Movimento Moderno ha fornito strumenti fondamentali alla cultura del progetto, promuovendo razionalità, igiene, funzionalità e standardizzazione. Tuttavia, nel secondo Novecento questo paradigma ha mostrato i suoi limiti: l’idea di un’abitazione universalmente valida non riusciva più a restituire la complessità dei comportamenti, dei desideri e delle differenze individuali.
In questo contesto si colloca la riflessione di Robert Venturi, tra le figure di riferimento del postmodernismo architettonico. La sua critica al riduzionismo modernista apre a un’architettura capace di accogliere contraddizioni, segni, memoria e linguaggi della cultura popolare. L’interno, quindi, non è più neutro: diventa un racconto, un sistema di simboli e una possibile rappresentazione di chi lo abita. La progettazione degli interni assume così una responsabilità più ampia. All’architetto non viene richiesto solo di ottimizzare superfici e percorsi, ma di comprendere in che modo luce, materiali, colori, oggetti e configurazioni spaziali contribuiscano alla costruzione dell’identità di una persona, di una famiglia o di una comunità.
L’architettura radicale e le nuove relazioni
La crisi del Moderno viene esplorata anche attraverso le proposte dell’architettura radicale italiana. Gruppi come Archizoom e Superstudio hanno messo in discussione la casa tradizionale, la città consolidata e persino il ruolo stesso dell’oggetto, immaginando scenari in cui l’abitare non coincide più con un luogo fisso e stabile. Le loro visioni, spesso provocatorie, hanno anticipato questioni oggi estremamente attuali: infrastrutture, reti, flussi informativi, mobilità, relazioni a distanza e smaterializzazione dell’esperienza. In questa prospettiva, il valore di uno spazio non dipende soltanto dalla sua forma costruita, ma anche dalle connessioni che rende possibili.
Per chi opera nell’architettura e nell’interior design, questo passaggio suggerisce un cambio di sguardo: progettare significa costruire condizioni relazionali, non soltanto definire ambienti. Una casa può essere privata e, al tempo stesso, aperta alla comunicazione; uno spazio di lavoro può favorire collaborazione e concentrazione; un ambiente collettivo può diventare un luogo di appartenenza.
Design, memoria e autobiografia
Dagli anni Settanta e Ottanta, il design si allontana ulteriormente da una lettura esclusivamente funzionale. Figure come Ettore Sottsass, il gruppo Memphis e Studio Alchimia mostrano come gli oggetti possano diventare strumenti narrativi: non semplici elementi d’uso, ma presenze capaci di evocare desideri, appartenenze, ricordi e visioni del mondo.
La casa diventa allora una forma di autobiografia. Colori, materiali, arredi e collezioni non compongono soltanto uno stile: rendono visibili le storie di chi abita. Un progetto efficace non deve necessariamente seguire una tendenza dominante; deve piuttosto saper interpretare la pluralità delle identità e tradurla in un’esperienza spaziale coerente. Questo approccio è particolarmente utile nella pratica professionale contemporanea, dove il committente chiede spazi riconoscibili, flessibili e capaci di accompagnare stili di vita in evoluzione. L’interior designer diventa quindi mediatore tra esigenze pratiche, dimensione emotiva e linguaggio personale.
Verso l’abitare aumentato
Uno dei punti più rilevanti del corso riguarda la dimensione multisensoriale dell’architettura: abitare non è un’esperienza soltanto visiva, ma coinvolge il corpo attraverso il tatto dei materiali, la qualità della luce, l’acustica, la temperatura, gli odori, le proporzioni e la percezione del movimento. L’architettura di Tadao Ando evidenzia il valore di luce, ombra, silenzio e materia nella costruzione dell’atmosfera, mentre la riflessione di Juhani Pallasmaa invita a superare una concezione dello spazio troppo centrata sull’immagine, per recuperare la totalità dei sensi nell’esperienza architettonica. Per il professionista ciò significa porre domande diverse fin dalle prime fasi progettuali: quale atmosfera deve generare l’ambiente, come cambierà durante la giornata, quali materiali favoriscono comfort e riconoscibilità, e in che modo gli utenti percepiranno soglie, passaggi, superfici e punti di sosta.
Questa attenzione sensoriale si collega direttamente al concetto di abitare aumentato, condizione in cui spazio fisico, tecnologie digitali, informazioni e relazioni si intrecciano senza che il digitale sostituisca la casa, ma ampliandone l’esperienza attraverso dispositivi, reti, lavoro ibrido, comunicazione istantanea e nuove modalità di accesso ai servizi. Questa trasformazione chiede agli architetti di progettare ambienti più adattabili e consapevoli, capaci di accogliere usi variabili come vivere, lavorare, comunicare, riposare, apprendere e condividere nello stesso spazio, in tempi diversi e con bisogni differenti. L’abitare aumentato, dunque, non è solo una questione tecnologica: è un invito a progettare ambienti più umani, capaci di tenere insieme identità, comfort, relazione e cambiamento, proprio a partire da quella ricchezza sensoriale che rende gli spazi davvero abitabili.
A chi si rivolge il corso
Il corso offre agli architetti una chiave di lettura per interpretare l’interior design oltre la funzione e lo stile. Attraverso figure quali Robert Venturi, Superstudio, Archizoom, Ettore Sottsass, Alessandro Mendini e Tadao Ando, il percorso mette in relazione evoluzione del progetto, costruzione dell’identità, valore simbolico degli oggetti e qualità sensoriale degli ambienti. L’obiettivo non è fornire formule estetiche, ma affinare la capacità di leggere l’abitare contemporaneo: una condizione nella quale spazio, memoria, emozione, relazioni e tecnologie concorrono a definire l’esperienza quotidiana.






