Per l’architetto, che costruisce carriere spesso caratterizzate da redditi variabili, avvii lenti e picchi tardivi, il tema del gap previdenziale è particolarmente acuto: il divario tra il reddito con cui si chiude la vita professionale e l’assegno pensionistico che si inizierà a percepire può superare il 60-70% dell’ultimo guadagno. Per capire come si arriva a questo punto, occorre partire dal meccanismo di funzionamento che accomuna l’INPS e le principali casse professionali, Inarcassa inclusa: il sistema a ripartizione. Contrariamente a quanto molti credono, i contributi versati ogni anno non vengono accantonati in un fondo personale e investiti per il futuro del singolo iscritto. Vengono invece utilizzati immediatamente per pagare le pensioni di chi è già in quiescenza oggi. Quello che l’iscritto vede nel proprio estratto conto previdenziale è un “montante virtuale” – una promessa di rendita futura – che dipende dalla sostenibilità complessiva del sistema, non da un capitale reale depositato da qualche parte. Questa architettura funzionava bene quando la piramide demografica era ancora tale: molti lavoratori attivi per ogni pensionato, redditi in crescita, contributi abbondanti. Ma negli ultimi decenni la piramide si è progressivamente rovesciata. In Italia, il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è passato da circa sette a uno di qualche decennio fa a meno di tre a due nelle proiezioni più recenti. A ciò si aggiunge la tendenza opposta ma altrettanto problematica: le persone vivono più a lungo, aumentando gli anni di percezione della rendita, mentre il tasso di natalità è in costante calo, riducendo la forza lavoro futura che sosterrà il sistema.

La fragilità demografica si intreccia con una debolezza economica strutturale che amplifica il problema. La crescita del PIL italiano è da anni attestata intorno a zero virgola percentuale, e questo ha conseguenze dirette per chi versa contributi: la rivalutazione del montante contributivo è agganciata alla media quinquennale del PIL, il che significa che i contributi versati non tengono nemmeno il passo con l’inflazione, erosi nel loro potere d’acquisto anno dopo anno. A questo si aggiunge il peso che il sistema pensionistico rappresenta per la finanza pubblica: l’Italia destina alle pensioni circa il 16% del PIL, quasi il doppio della media europea che si attesta intorno al 7-8%. Una quota così elevata di spesa lascia poco spazio di manovra per interventi strutturali, soprattutto in un paese con un debito pubblico superiore al 140% del PIL. L’idea che lo Stato possa “rimediare” in futuro a un sistema previdenziale insufficiente, tamponando le lacune con trasferimenti aggiuntivi, è semplicemente incompatibile con questi numeri.

La riforma contributiva e il tasso di sostituzione

Il cambiamento più significativo nella storia recente della previdenza italiana è stato il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, formalizzato con la riforma del 1995 e reso universale dalla riforma del 2011. Sotto il sistema retributivo, la pensione si calcolava come percentuale delle ultime retribuzioni, con tassi di sostituzione che si avvicinavano all’80-90% dell’ultimo reddito netto. Con il sistema contributivo, la pensione dipende invece dalla somma dei contributi effettivamente versati, rivalutati nel tempo, e il tasso di sostituzione scende drasticamente.

Per un architetto con un reddito medio di 30.000 euro annui e 32 anni di contributi versati al 14,5%, la pensione stimata all’età di 67 anni si aggira intorno a 750 euro mensili: un tasso di sostituzione del 30%. Con redditi più elevati e carriere più lunghe il rapporto migliora marginalmente – un professionista con 50.000 euro annui e 27 anni di contributi si attesta attorno al 36%, uno con 70.000 euro e 22 anni di versamenti arriva al 37% – ma la sostanza non cambia: la pensione coprirà, nella migliore delle ipotesi, poco più di un terzo di ciò che si guadagnava da professionista attivo. In termini assoluti, questo significa che mancheranno all’appello tra i 20.000 e i 45.000 euro l’anno, per tutta la durata della pensione, che può estendersi su 20, 30 o anche 40 anni di vita.

La situazione degli iscritti a casse professionali private è sistematicamente peggiore di quella dei lavoratori dipendenti. La ragione principale è strutturale: il libero professionista versa il 14,5% del proprio reddito a Inarcassa (più un contributo integrativo del 4% sulla parcella fatturata), mentre il dipendente beneficia di contributi complessivi pari al 33% della retribuzione, di cui i due terzi a carico del datore di lavoro. A parità di reddito, il montante contributivo accumulato dal libero professionista nel corso della carriera è quindi notevolmente inferiore a quello di un lavoratore dipendente, e la pensione che ne deriva risulta proporzionalmente più bassa. Esiste anche un contributo facoltativo aggiuntivo, compreso tra l’1 e l’8,5%, che Inarcassa propone ai propri iscritti come strumento per incrementare la futura rendita. Dal punto di vista della pianificazione previdenziale, questo versamento aggiuntivo merita una valutazione critica: i capitali confluiscono nel sistema a ripartizione della cassa e sono soggetti alle stesse logiche di rivalutazione legate al PIL, senza i vantaggi fiscali specifici dei fondi pensione complementari che prevedono, ad esempio, una tassazione agevolata sulle prestazioni finali.

Gli errori più frequenti nella gestione del gap previdenziale

Uno degli aspetti più insidiosi del gap previdenziale è che tende a essere percepito come un problema futuro, procrastinabile. La reazione più comune tra i professionisti è una sorta di fatalismo benevolo: “tanto la pensione arriverà”, oppure “ci penserò quando sarò più avanti con la carriera”. Questa postura ha un costo che è possibile quantificare con precisione, grazie al meccanismo dell’interesse composto.

Un professionista che inizia a costruire un piano di accumulo a 35 anni, versando 300 euro mensili per 30 anni con un rendimento medio annuo del 7%, accumula un capitale finale di circa 340.000 euro. Lo stesso professionista che inizia 10 anni dopo, a 45 anni, e vuole raggiungere lo stesso obiettivo in soli 20 anni, deve versare più del doppio ogni mese. Chi inizia a 55 anni deve versare sette volte tanto. Il tempo non è un fattore neutro: è la risorsa più preziosa di cui dispone chi vuole affrontare il gap previdenziale, e ogni anno di ritardo ha un costo misurabile in decine di migliaia di euro.

Una volta compreso il problema, la reazione istintiva di molti professionisti è cercare una soluzione rapida, ma non tutte le soluzioni sono equivalenti e alcune si rivelano meno efficaci di quanto sembrino. Il fondo pensione, ad esempio, è uno strumento concettualmente valido – offre deducibilità fiscale sui versamenti e beneficia di una tassazione agevolata sulle prestazioni – ma le differenze di costo tra i prodotti disponibili sul mercato sono enormi e hanno impatti straordinari sul capitale finale. Un fondo pensione con un indicatore sintetico di costo (ISC) del 2,3% annuo, rispetto a un prodotto equivalente con costo allo 0,7%, produce un capitale finale dimezzato: su un orizzonte di 30 anni con versamenti di 300 euro mensili, la differenza si avvicina ai 150.000 euro. Il motivo è che i costi di gestione si applicano ogni anno sull’intero montante accumulato – non solo sui nuovi versamenti – e il loro effetto si moltiplica esponenzialmente con il passare del tempo.

L’affidarsi a strumenti di risparmio proposti dalla propria banca senza una valutazione indipendente è un altro rischio frequente. I prodotti commercializzati tramite sportelli bancari tradizionali incorporano spesso costi elevati (fondi comuni con commissioni del 2-2,5%, polizze assicurative al 3-4%, gestioni patrimoniali all’2%) che riducono significativamente il rendimento netto rispetto a quanto sarebbe ottenibile con strumenti equivalenti a basso costo. La ricerca condotta da Standard & Poor’s attraverso il report SPIVA mostra che oltre il 95% dei fondi comuni gestiti attivamente non riesce a battere il proprio indice di riferimento nel medio periodo: il che solleva una domanda legittima sull’opportunità di pagare costi di gestione elevati per un risultato statisticamente inferiore a quello ottenibile con un semplice prodotto indicizzato.

Il punto di partenza di una pianificazione efficace non è il prodotto finanziario, ma l’obiettivo. Questo può sembrare ovvio, ma rappresenta un cambio di paradigma rispetto al modo in cui la maggior parte delle persone si approccia al risparmio previdenziale. Una pianificazione strutturata parte dalla stima del proprio gap previdenziale reale – calcolabile con gli strumenti che le casse di previdenza mettono a disposizione online, come il simulatore di Inarcassa – e da lì definisce il capitale necessario per integrare la pensione pubblica fino al livello di reddito desiderato in pensione. A quel punto si tratta di scegliere gli strumenti più efficienti per raggiungere quell’obiettivo nel tempo disponibile, tenendo conto dell’orizzonte temporale, della propensione al rischio e del proprio regime fiscale.


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