Esiste un problema che si ripresenta puntualmente dopo ogni intervento di sostituzione di serramenti o di riqualificazione energetica su edifici esistenti: la formazione di muffa e condensa, soprattutto attorno al perimetro delle finestre e sulle superfici opache adiacenti. Non si tratta di un fenomeno accidentale: nella grande maggioranza dei casi è il risultato prevedibile e prevenibile di scelte progettuali e costruttive incomplete.

Per affrontare il rischio muffa con metodo occorre partire dalla fisica del fenomeno. L’aria contiene sempre una certa quantità di vapore acqueo, e la sua capacità di “contenerlo” dipende direttamente dalla temperatura: aria più calda può contenere più acqua allo stato gassoso, aria più fredda ne contiene meno. Quando la temperatura di una superficie scende al di sotto di una soglia critica, l’aria a contatto con essa si raffredda e raggiunge la saturazione, cedendo l’acqua in eccesso che si deposita sulla superficie stessa.

In regime invernale, il comfort igrotermico è convenzionalmente definito a 20°C con umidità relativa compresa tra il 40% e il 65%. In queste condizioni, la quantità di vapore acqueo presente nell’aria è pari a circa 11 grammi per metro cubo. La domanda rilevante dal punto di vista progettuale è: a quale temperatura superficiale quegli stessi 11 grammi rappresentano l’80% di saturazione, soglia già sufficiente per la predisposizione alla formazione di muffa? La risposta è 16,7°C. E a quale temperatura si raggiunge il 100% di saturazione, con conseguente condensazione superficiale? A 13,2°C. Questi due valori – 16,7°C per la muffa e 13,2°C per la condensa – sono i parametri con cui il progettista deve confrontarsi quando valuta la qualità termica dei nodi di posa. L’obiettivo è garantire che la temperatura media superficiale interna in corrispondenza dei punti critici si mantenga intorno ai 17°C, tenendo la distanza di sicurezza dalla soglia di rischio.

Il quadro normativo: un obbligo che spesso si dimentica

La normativa vigente stabilisce che il progettista è tenuto a verificare l’assenza del rischio di formazione di muffe e di condense interstiziali, ovvero quelle che avvengono attraverso le stratigrafie o attraverso i giunti di posa. La condensa superficiale, pur potendo in linea teorica essere rievaporabile, è comunque un segnale di anomalia che nella pratica si traduce spesso in danni e contestazioni. Sul piano della responsabilità, la Corte di Cassazione ha chiarito in maniera definitiva che il costruttore non risponde solo dei difetti strutturali, ma anche di tutte le cause che producono situazioni di discomfort abitativo. In diverse sentenze, i vizi relativi all’isolamento termico, alla presenza di ponti termici e alla conseguente formazione di muffe sono stati qualificati come gravi difetti costruttivi, al pari dei vizi strutturali. Il meccanismo è lo stesso dell’assicurazione postuma decennale: chi ha progettato e diretto i lavori risponde delle conseguenze. A ciò si aggiunge un dato economico spesso sottovalutato: un intervento di riqualificazione energetica mal eseguito, che si traduce in fenomeni di muffa e condensa, non solo non valorizza l’immobile come previsto, ma può addirittura deprimere ulteriormente il suo valore percepito sul mercato.

Il nodo del sistema: serramento e prestazione in opera

La vera evoluzione del settore dei serramenti è avvenuta negli ultimi quindici anni, principalmente grazie allo sviluppo delle vetrocamere e all’introduzione della marcatura CE obbligatoria dal 2010. Oggi i serramenti disponibili sul mercato italiano raggiungono valori di trasmittanza termica complessiva (Uw) compresi tra 0,9 e 1,3 W/m²K, performanti ben al di là dei valori limite di legge per qualsiasi zona climatica. Eppure, nonostante l’elevata qualità dei prodotti, il numero di interventi che si concludono con muffa al perimetro delle finestre o condensa sui vetri rimane significativo. La ragione è semplice: il prodotto è molto più avanzato dei sistemi di installazione. Un serramento eccellente posato con tecniche obsolete restituisce prestazioni ben inferiori a quelle dichiarate nella sua scheda tecnica. È per questo che negli ultimi anni è stato costruito un corpus normativo specifico per l’installazione. La norma UNI 11673 parte 1 definisce le metodologie di verifica dei requisiti di base dei progetti di installazione di serramenti esterni, occupandosi in modo puntuale del comportamento termico, della verifica igrometrica delle prestazioni dei giunti di posa.

La norma UNI 10818 affianca questa disciplina definendo ruoli e responsabilità di tutte le figure coinvolte nel processo: progettista, produttore o rivenditore di serramenti, direttore dei lavori, installatore e costruttore edile. Entrambe le norme sono oggi richiamate esplicitamente dal decreto CAM aggiornato, che impone la conformità a questi riferimenti per tutti i lavori che coinvolgono la pubblica amministrazione, con la ragionevole prospettiva che l’obbligo venga esteso al privato in coincidenza con il recepimento della direttiva europea Case Green.

Controtelaio e giunti di posa: le scelte tecniche che fanno la differenza

All’interno del sistema finestra, uno degli elementi che più influisce sulle temperature superficiali interne, e quindi sul rischio muffa, è il controtelaio. La scelta del materiale con cui è realizzato ha conseguenze dirette e quantificabili.

Le simulazioni con modellazione agli elementi finiti mostrano che passando da un controtelaio in metallo a uno in legno si guadagnano circa 2°C di temperatura superficiale nel punto critico dell’attacco tra serramento e muro; passando al PVC o al legno senza parti metalliche aggiunte si arriva a un guadagno di 3,5°C. Tre gradi e mezzo di differenza, che sembrano pochi in assoluto, determinano la differenza tra stare dentro e fuori dalla zona di rischio muffa. Il materiale da evitare categoricamente è qualsiasi elemento metallico nella composizione del controtelaio. I materiali consigliati sono il legno tenero, il PVC e, nelle soluzioni monoblocco più evolute, l’EPS. I monoblocchi in EPS, che integrano in un’unica struttura il controtelaio, l’isolamento delle spallette laterali e inferiori e il contenitore per l’avvolgibile, rappresentano oggi la soluzione tecnica più completa per garantire continuità dell’isolamento nel nodo di posa. Analogamente critica è la questione delle soglie passanti: un marmo o una soglia che attraversa l’intero spessore di parete dall’esterno all’interno crea un ponte termico severo, che il cambio del serramento da solo non è in grado di compensare. La soluzione esiste e le simulazioni mostrano che adottandola si possono misurare differenze di temperatura superficiale fino a 6°C. La verifica FRSI applicata a un edificio plurifamiliare in riqualificazione energetica illustra in modo concreto come questi strumenti cambino le decisioni di progetto.

Il secondo punto dove la pratica installativa tradizionale mostra le sue lacune è la gestione dei giunti di posa. Attorno a qualsiasi serramento si generano due giunti: il giunto primario, tra controtelaio e muratura, e il giunto secondario, tra serramento e controtelaio. Entrambi devono essere trattati con materiali e metodi coerenti con i requisiti della norma UNI 11673 parte 1, che li articola in tre piani funzionali: esterno (tenuta agli agenti atmosferici), intermedio (isolamento termo-acustico), interno (tenuta all’aria e controllo del vapore).

La pratica storica di gestire entrambi i giunti con silicone e schiuma poliuretanica non è compatibile con questi requisiti, non perché i materiali siano intrinsecamente inadatti, ma perché il metodo applicativo degli installatori non è normalmente in grado di garantire la durata nel tempo delle prestazioni richieste. A questo riguardo, la norma non prescrive prodotti specifici, ma caratteristiche prestazionali.

La ventilazione: il fattore che il progetto non può controllare del tutto

Un ultimo aspetto merita attenzione: anche il progetto più accurato non può eliminare completamente il rischio muffa in assenza di una corretta ventilazione degli ambienti. Negli edifici esistenti privi di ventilazione meccanica controllata, il ricambio d’aria dipende dal comportamento degli occupanti, e un’abitazione condotta “a serra” – con finestre costantemente chiuse, produzione interna elevata di vapore acqueo da cucina e bagno, scarso ricambio d’aria – è esposta al rischio di muffa indipendentemente dalla qualità del serramento posato. La soluzione progettuale più efficace per gli edifici esistenti è la ventilazione meccanica controllata puntuale: unità stand-alone distribuite nei vari ambienti, dotate di sensori igrotermici in grado di regolare autonomamente il ricambio d’aria in funzione del livello di umidità interno, con sistema di recupero del calore per contenere l’impatto energetico. La VMC puntuale è notevolmente meno invasiva dell’impianto centralizzato e consente di garantire al committente quello che il solo intervento sull’involucro non può promettere: il controllo dell’equilibrio igrotermico indipendente dalle abitudini di vita.

L’FRSI (Fattore di Resistenza Termica Superficiale Interna) è un numero adimensionale che esprime quanto la temperatura superficiale nei punti critici dell’involucro sia lontana o vicina alla soglia di rischio igrotermico. Si calcola come rapporto tra differenze di temperatura: al numeratore la differenza tra la temperatura superficiale interna misurata nel punto di ponte termico e la temperatura esterna di progetto, al denominatore la differenza tra la temperatura interna dell’aria e quella esterna. Il risultato è sempre compreso tra 0 e 1: più si avvicina a 1, più la superficie è “calda” rispetto all’ambiente esterno e quindi lontana dal rischio. Il valore limite da rispettare dipende dal comune e varia in base ai dati climatici locali. L’obbligo di questa verifica discende dal decreto “Requisiti Minimi” del 26 giugno 2015, che per edifici residenziali senza ventilazione meccanica controllata (la cosiddetta “classe 3”, ancora prevalente nell’edilizia esistente) impone la verifica dell’assenza di rischio muffa. Va sottolineato che la norma si riferisce principalmente alle condense interstiziali, ma nella prassi progettuale corrente la verifica FRSI si applica sistematicamente anche ai nodi superficiali, in particolare proprio ai giunti di posa dei serramenti, dove la combinazione tra ponti termici e permeabilità all’aria crea le condizioni più critiche.

L’isolamento termico a cappotto esterno è la soluzione più efficace perché consente di correggere i ponti termici in continuità, risvoltare l’isolante nelle spallette e mantenere le masse murarie nella zona “calda” dell’involucro. Ma in molte situazioni reali – facciate in mattone faccia a vista, edifici soggetti a vincoli paesaggistici, condomini con difficoltà di consenso – questo percorso non è praticabile. La sola alternativa diventa l’isolamento dall’interno, una tecnica che richiede un’attenzione molto maggiore rispetto all’esterno e che porta con sé rischi specifici. Il problema principale dell’isolamento interno è che sposta la superficie fredda della parete verso l’interno dello strato isolante anziché spostarla verso l’esterno. Questo significa che il vapore prodotto nell’ambiente, migrando verso l’esterno attraverso lo strato isolante, può raggiungere la zona fredda e condensare all’interno della stratigrafia, esattamente il fenomeno che la norma vuole prevenire. Occorre quindi prevedere una barriera al vapore ben progettata sul lato interno dello strato isolante, dimensionata con una resistenza alla diffusione del vapore adeguata al clima di progetto. Un ulteriore rischio spesso sottovalutato è quello legato agli impianti: ogni foro per una presa elettrica o un interruttore praticato nello strato isolante crea un’interruzione locale della barriera al vapore, creando le condizioni per la formazione di condensa e muffa proprio in quei punti.

Il blower door test – o prova di tenuta all’aria – è spesso percepito come uno strumento di certificazione volontaria, richiesto solo nell’ambito di protocolli come CasaClima o Passive House. In realtà ha una relazione diretta con il rischio muffa per una ragione fisica precisa: dove l’aria filtra attraverso l’involucro, la superficie si raffredda localmente; se la temperatura superficiale in quel punto scende al di sotto della soglia critica (16,7 °C per la muffa, 13,2 °C per la condensa nelle condizioni di riferimento del webinar), il problema si manifesta indipendentemente dalle prestazioni termiche del serramento installato. Nei casi studio presentati nel webinar, dove il blower door test è stato eseguito prima e dopo l’intervento di riqualificazione, la riduzione delle infiltrazioni ha quasi quadruplicato la tenuta dell’involucro, con effetti positivi misurabili sia sul fabbisogno energetico sia sulla qualità termica delle superfici.


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