Non si tratta solamente di una questione estetica o di tendenza progettuale, ma di una riflessione profonda sul modo in cui la specie umana abita il pianeta e su come l’ambiente costruito possa rispondere ai bisogni biologici e psicologici delle persone. Le neuroscienze stanno dimostrando che il nostro cervello attiva aree specifiche legate alla creatività, al benessere e al comfort quando entriamo in contatto con la natura, memoria ancestrale di millenni trascorsi immersi in ambienti naturali. Eppure, la stragrande maggioranza dell’umanità vive oggi in città dove questa connessione è stata recisa. La questione assume particolare rilevanza in un’epoca segnata dal cambiamento climatico, dalle isole di calore urbane, dalla perdita di biodiversità e dal progressivo deterioramento della qualità dell’aria nelle metropoli. L’architettura può giocare un ruolo determinante nel modificare questa traiettoria, trasformando gli edifici da masse inerti a organismi viventi capaci di dialogare con l’ecosistema circostante. Ma questa trasformazione richiede un approccio radicalmente diverso rispetto alle convenzioni consolidate, un ripensamento che parta dalle fondamenta stesse del modo in cui concepiamo lo spazio abitato.

Le ossessioni come motore progettuale

Esiste una distinzione sottile ma fondamentale tra passioni e ossessioni nella pratica architettonica. Le passioni sono elementi visibili del carattere, manifestazioni esteriori degli interessi di un professionista. Le ossessioni invece rappresentano uno strato più profondo e nascosto, una trama invisibile che accompagna l’intera traiettoria progettuale. Scoprire quali siano le proprie ossessioni e saperle far emergere nel lavoro professionale è difficile, ma quando ci si riesce, queste possono diventare una linfa vitale straordinaria per la ricerca architettonica. L’ossessione per gli alberi, per il verde, per la possibilità di integrare la natura vivente negli spazi urbani rappresenta uno di questi fili conduttori che possono attraversare decenni di attività. Per l’architetto Boeri questa ossessione non nasce dal nulla, ma affonda le radici in esperienze formative profonde. La lettura del “Barone Rampante” di Italo Calvino, con il suo giovane duca che a dodici anni abbandona la famiglia per trascorrere il resto della vita sui rami degli alberi nell’entroterra ligure, può rappresentare una di queste esperienze fondative. L’idea che si possa abitare il mondo da una prospettiva radicalmente diversa, che gli alberi possano costituire non solo uno sfondo ma il vero spazio dell’esistenza, introduce una visione alternativa del rapporto tra uomo e natura. Ogni albero diventa un individuo con una propria personalità, con proprie necessità, con una propria dignità di soggetto vivente. Questa prospettiva si collega a una tradizione di pensiero minoritaria ma persistente nella storia dell’urbanistica e dell’architettura. Patrick Geddes, architetto e biologo a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu tra i primi a concepire la città come organismo vivente. La sua visione si contrapponeva alla grande tradizione del modernismo e del razionalismo che aveva trovato in Le Corbusier il suo massimo riferimento. Dove il movimento moderno vedeva la città come macchina, Geddes intuiva una dimensione biologica, organica, in cui i flussi, le relazioni, le connessioni assumevano un’importanza pari se non superiore agli edifici stessi.

Ispirazioni interdisciplinari per una nuova visione

La complessità della sfida ecologica richiede un approccio interdisciplinare che attinga da campi apparentemente distanti dall’architettura. L’antropologia ha offerto contributi fondamentali attraverso figure come Jane Goodall, che ha introdotto il concetto di intelligenze multiple e la necessità di imparare a mettersi negli occhi di chi coabita con noi gli spazi. Non si tratta solamente di questioni che riguardano la popolazione umana, ma anche il modo con cui dialoghiamo e coabitiamo, spesso inconsapevolmente, con altre specie viventi. Questa prospettiva impone di ripensare lo spazio non come dominio esclusivo dell’uomo ma come habitat condiviso.

La scienza forestale ha contribuito a svelare l’intelligenza degli alberi attraverso ricercatori come Colin Tudge, tra i primi a spiegare in modo chiaro e scientificamente fondato la straordinaria funzione degli alberi nel produrre non solo ossigeno ma anche gli enzimi fondamentali per la vita di tutte le altre specie. La capacità degli alberi di unire le risorse del cielo con quelle del sottosuolo, di trasformare acqua e luce in energia per la vita, rappresenta una lezione fondamentale per ripensare l’architettura come sistema di trasformazione e scambio. Anche l’arte contemporanea offre intuizioni decisive. Joseph Beuys, uno dei più grandi artisti della seconda metà del Novecento, realizzò nel 1982 a Kassel un’opera che può essere considerata manifesto di un’architettura diversa: raccolse settemila pietre di basalto e le scambiò con settemila querce che piantò in tutta la città, nei cortili, nelle strade. L’idea di una metamorfosi tra architettura e natura, di pietre che diventano alberi, contiene un’eredità straordinaria per chi progetta gli spazi della vita contemporanea.

La filosofia contemporanea introduce il concetto di risonanza, elaborato da Hartmut Rosa della scuola di Francoforte. Dobbiamo imparare ad avere un rapporto di risonanza con il mondo, non solo con i nostri vicini o familiari ma con le specie viventi in senso lato. Significa imparare a far sì che il mondo si esprima, ad ascoltare una voce che non è la nostra, a dialogare con questa voce. Questo concetto di risonanza applicato all’architettura suggerisce che gli edifici non debbano semplicemente ospitare la natura ma entrare in una relazione attiva con essa, in un dialogo continuo di scambio e trasformazione.

Il Bosco Verticale: da manifesto a modello replicabile

Il Bosco Verticale di Milano, inaugurato nel 2014, è diventato qualcosa di più di un singolo edificio: rappresenta una tipologia architettonica innovativa che ha fatto scuola. Il riconoscimento come migliore grattacielo del mondo nel 2015 e i numerosi premi internazionali hanno certificato la validità dell’intuizione, ma il valore più significativo risiede nella capacità di questo progetto di dimostrare che è possibile fare qualcosa di radicalmente diverso nell’architettura urbana. Quando la BBC, su mandato di David Attenborough, ha filmato la costruzione del Bosco Verticale e la fioritura delle piante sui balconi, il messaggio finale era chiaro: a Milano sta nascendo qualcosa di assolutamente nuovo che dimostra la possibilità di un futuro diverso per le città.

L’edificio ospita circa 21.000 specie vegetali, 360 abitanti umani e più di 20 specie di uccelli. Questa coabitazione che cambia colore con le stagioni è stata un’occasione per sviluppare ricerche approfondite. Sensori monitorano costantemente la vita degli alberi e delle piante, consentendo di studiare come questa casa per alberi funzioni realmente, quali siano le criticità, quali le opportunità. Non si tratta di considerare il verde come mero ornamento ma come componente attiva dell’edificio, con proprie esigenze manutentive, proprio comportamento stagionale, propri effetti sul microclima e sulla qualità dell’aria.

Questa esperienza ha stimolato altri progetti in Italia e nel mondo, adattati a diversi contesti urbani. A Eindhoven è stato realizzato un bosco verticale per l’edilizia sociale, dimostrando che il modello può essere applicato anche in interventi a costo contenuto. Attraverso uno studio attento della prefabbricazione e dell’industrializzazione del sistema, è stato possibile portare il bosco verticale in edifici di social housing con appartamenti a 600 euro. Questo passaggio è fondamentale: se la forestazione urbana verticale rimane appannaggio esclusivo di interventi di lusso, non potrà mai diventare strumento di trasformazione sistemica delle città. La sfida è renderla accessibile, replicabile, sostenibile economicamente.

Forestazione urbana a scale diverse

Il concetto di integrazione tra natura e architettura può declinarsi a scale molto diverse, dal singolo edificio al quartiere, fino all’intera dimensione metropolitana. Un lavoro di ricerca recente su Roma nel 2050 ha esplorato questa possibilità immaginando il futuro della capitale a venticinque anni di distanza. Roma si presenta come una città arcipelago, costituita da decine di piccoli nuclei attraversati e messi in relazione da un sistema sinuoso e diffuso di spazi verdi: giardini, parchi, aree agricole, sterrati, aree archeologiche. Questo sistema di aree verdi è il negativo o il positivo della città, la sua struttura portante. Roma è per certi aspetti già un parco, ma questa caratteristica è stata sottovalutata e poco valorizzata. Pensare a un futuro più lontano rispetto ai consueti orizzonti della politica o della pianificazione urbanistica consente di immaginare cose che sembrano impossibili. Rendere il Tevere uno spazio per la mobilità e per la vita a tutti gli effetti. Trasformare Ostia da periferia abbandonata nell’immaginario pubblico alla vera porta di Roma verso il mare. Valorizzare l’archeologia diffusa che va ben oltre il raccordo anulare e potrebbe diventare risorsa straordinaria per il territorio. Immaginare che il grande raccordo anulare, oggi circonvallazione meccanica che interrompe la natura, possa diventare luogo di produzione di ricerca, di corridoi ecologici, di connessione tra sistemi verdi che entrano ed escono dal tessuto urbano. Una delle sfide più interessanti riguarda la possibilità di liberare migliaia di metri quadri nel centro storico di Roma, riportando residenza stabile dove oggi domina il turismo mordi e fuggi. L’intelligenza artificiale ridurrà inevitabilmente la presenza umana negli uffici del terziario. Alcuni grandi edifici amministrativi potrebbero spostarsi verso l’EUR, quartiere con potenziali enormi ancora inespressi. Questo consentirebbe di restituire vita vera al centro storico, non Airbnb ma residenza stabile che genera comunità ed effetti positivi sul tessuto sociale. Leggere la città come organismo, entrare in risonanza con altre specie viventi, valorizzare la presenza del verde come elemento di vita: questi principi possono guidare la trasformazione metropolitana.

Progetti in contesti estremi: deserto e zone aride

La sfida della forestazione urbana assume caratteristiche particolari quando applicata a contesti climatici estremi come le zone desertiche o aride. In Arabia Saudita l’idea di città foresta in mezzo al deserto può sembrare utopica, ma diventa possibile attraverso processi di desalinizzazione controllati e capaci di utilizzare energie rinnovabili. Il sole rappresenta in questi luoghi un’energia potentissima se sfruttata all’interno di una visione di città con forte sostenibilità ambientale, legata anche a un concetto di autonomia agroalimentare. I progetti per Riad o per la zona nord dell’Arabia Saudita includono sistemi di buffer legati alla trasformazione dei prodotti agricoli in cibo, creando filiere integrate. Se si pensa a città di questo tipo, anche in zone estreme si può immaginare un mondo diverso. Fare esperienze in queste aree, pur nelle loro specificità e talvolta nelle loro contraddizioni, può liberare energie creative utili anche per zone a noi molto più vicine. Le soluzioni sviluppate per gestire il problema del calore, dell’ombreggiamento, della water management in contesti desertici possono trovare applicazione nelle città del sud Europa che affrontano effetti crescenti del cambiamento climatico.

Il tema dell’ombra e del calore diventa sempre più cruciale anche per le città europee. Gli effetti del cambiamento climatico si manifestano come calore o fenomeni meteorologici estremi causati da vaporizzazione eccessiva delle acque marine. La presenza del verde, la capacità di creare ombreggiamento naturale, la riduzione delle superfici minerali che accumulano calore: questi elementi non sono più optional estetici ma necessità funzionali per garantire vivibilità urbana. Il lavoro sulla vegetazione in architettura deve essere calibrato secondo le caratteristiche, le esigenze e le condizioni climatiche specifiche di ogni luogo.

Connettere gli spazi verdi: corridoi ecologici e biodiversità

Non si tratta solamente di costruire architetture con facciate verdi, per quanto questa sia una delle possibilità esplorate. Il tema più generale riguarda come connettere gli spazi verdi esistenti, come allargare parchi e giardini, come far entrare la natura da protagonista negli spazi minerali per renderli più vitali e capaci di rispondere alla vita. La connessione è un grande valore perché consente alla biodiversità di espandersi, agli ecosistemi di interagire, ai flussi naturali di ristabilirsi. Parchi isolati sono isole di verde in un mare di cemento, con biodiversità limitata e fragile. Parchi connessi da corridoi ecologici diventano parte di un sistema vivente più ampio e resiliente.

Il concetto di parco planetario elaborato da Richard Weller suggerisce che connettendo tutti gli hotspot della biodiversità del mondo si cambierebbe la qualità della vita per la nostra specie. In Italia questo significherebbe collegare i parchi naturali, i parchi regionali, i parchi acquatici attraverso percorsi verdi e forestati. Questa visione può essere applicata anche a situazioni come quella dell’Arabia Saudita o di altri paesi che vivono in condizioni aride. Il progetto della Green Wall in Africa sta già lavorando in quella direzione, dimostrando che anche in zone estreme è possibile creare corridoi verdi che connettono ecosistemi.

Durante il periodo del Covid, quando improvvisamente gli esseri umani hanno smesso di occupare in maniera stabile, pervasiva e totalizzante gli spazi della città, gli animali si sono rifatti vivi nei contesti urbani. Questa esperienza ci ha fatto capire che queste presenze esistono sempre, semplicemente noi le abbiamo espulse con la nostra invasività. Il lavoro sul rapporto con le altre specie viventi non è un vezzo intellettuale ma una necessità ecologica. Un progetto provocatorio immaginava di portare nel centro di Parigi 50.000 vacche sacre e migliaia di scimmie per ridurre i ritmi della vita urbana, per interrompere la frenesia. Chi visita Delhi o Mumbai vede come si possa coabitare con altre specie in modo quotidiano.

Triennale di Milano: ricerca culturale sulla relazione uomo-natura

Il lavoro di ricerca sul rapporto tra uomo e natura ha trovato una sintesi significativa nelle tre grandi esposizioni della Triennale di Milano del 2019, 2022 e 2025, che hanno costituito una sorta di trilogia concettuale. “Broken Nature” del 2019, curata con il MOMA, ragionava su come si possano riparare i danni creati dalla nostra specie sulla natura. L’idea era che potessimo intervenire dall’esterno per correggere ciò che avevamo rovinato, mantenendo una distinzione tra noi e l’ambiente naturale. “Unknown Unknowns” del 2022, realizzata mentre si usciva dal Covid, poneva il problema del rapporto con la natura in modo radicalmente diverso. La natura si era manifestata dentro di noi attraverso un microorganismo che aveva ucciso milioni di persone. Il distacco con la natura che ci permetteva di dire “ripariamo qualcosa che abbiamo rovinato” si rivelava illusorio. La natura non è fuori di noi, è dentro il nostro stesso corpo. Questa consapevolezza traumatica ha imposto un ripensamento profondo. “Inequalities” del 2025 ha affrontato il terzo elemento della trilogia: la consapevolezza che ogni sforzo per una transizione ecologica efficiente non può prescindere da una riflessione sulle diseguaglianze. Non possiamo rischiare che una transizione ecologica o un investimento sul miglioramento dell’ambiente producano vantaggi per chi ne ha già e svantaggi per chi è in condizioni di fragilità. Purtroppo questo accade spesso. La questione ambientale è inscindibile dalla questione sociale. Un’architettura che integra natura deve essere accessibile, democratica, non elitaria.

Il progetto per Amatrice: architettura come risposta all’emergenza

Il progetto per Amatrice dopo il terremoto del 2016 rappresenta un caso emblematico di come l’architettura possa rispondere rapidamente a situazioni di emergenza senza rinunciare alla qualità. La richiesta del sindaco era di costruire un luogo che fungesse da mensa per gli studenti delle scuole ma anche da spazio d’incontro pubblico nell’orario non scolastico. Il progetto doveva dare una visione di speranza e di futuro in un momento in cui dominava solamente la tragedia.

Il progetto si compone di una serie di edifici suddivisi in blocchi: il primo contiene la nuova mensa scolastica, gli altri ospitano otto ristoranti storici di Amatrice che avevano perso la propria sede. Il cantiere è partito nel novembre 2016 e nonostante tutte le difficoltà legate alla raggiungibilità del luogo e alle condizioni invernali, grazie a un lavoro di squadra tra tutti i tecnici, nel giro di quattro settimane e mezzo è stata costruita una struttura già funzionale. L’edificio è stato realizzato con legno proveniente dal Friuli, dimostrando che il legno è materiale leggero, velocissimo per la costruzione, elastico e antisismico per sua natura. Questo polo dell’alimentazione ha l’obiettivo di dare lavoro a più di 130 cittadini e rilanciare Amatrice a partire da una delle risorse fondamentali del territorio: la cultura del cibo. È stata un’esperienza straordinaria perché ha dimostrato che si possono fare cose di qualità in tempi rapidi quando ci sono le soluzioni tecniche adeguate e una comunità che partecipa. La capacità di reazione di fronte alla tragedia, la forza che deriva dall’attaccamento alla propria terra, la resilienza dell’essere umano: questi elementi sono fondamentali quanto la tecnica costruttiva.

La connessione con il tema della forestazione urbana emerge anche qui: il legname utilizzato proveniva in parte dai boschi colpiti dalla tempesta Vaia che nel 2018 aveva distrutto migliaia di ettari di foreste nell’arco alpino. Una doppia tragedia, sismica e ambientale, ha trovato una risposta che trasformava gli alberi abbattuti in materiale da costruzione per una comunità colpita dal terremoto. Questa circolarità tra disastri naturali, materiali di scarto trasformati in risorse, architettura di emergenza che diventa permanenza, costituisce una lezione importante sul modo in cui l’architettura può mediare tra uomo e natura anche nelle situazioni più drammatiche.

Architettura e intelligenza artificiale: opportunità e rischi

L’intelligenza artificiale sta entrando prepotentemente nel mondo dell’architettura, ponendo interrogativi sul futuro della professione. Esistono aspetti molto preoccupanti legati al modo in cui l’AI può intervenire nel lavoro progettuale, anche falcidiando intere parti del processo creativo dal punto di vista delle persone e delle traiettorie di vita. Questa prospettiva genera giustificate paure. Tuttavia, l’architettura possiede caratteristiche che la rendono un ottimo antidoto a una versione incontrollata dell’intelligenza artificiale.

Il primo elemento riguarda la creatività. L’intelligenza artificiale lavora sulla ripetizione, sulla mappatura dell’esistente, ma quando si avvicina all’innovazione si ferma. Il lavoro architettonico che si misura con l’innovazione come tema costante può utilizzare l’AI come risorsa senza esserne utilizzato. Il secondo aspetto fondamentale è che l’architettura costruisce un mondo solido, con gravità, peso, matericità. Questa dimensione fisica è sempre più importante in contrapposizione all’esplosione a volte effimera e nauseante di un mondo immateriale digitale. Non ci sarà mai un’esperienza immateriale che possa sostituire la possibilità di stare in uno spazio, percorrerlo, toccarlo, sentirne il calore, sentirne il rumore, incontrare persone tridimensionali in un ambiente tridimensionale. Questa irriducibilità dell’esperienza spaziale fisica costituisce il nucleo resistente dell’architettura di fronte alla digitalizzazione. Il compito degli architetti è di grande responsabilità: mantenere viva la dimensione umanistica, la discussione sui sentimenti e sulle emozioni, il rapporto tra lo spazio e la sua percezione personale e affettiva.


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