Redatta su pergamena intorno all’825 d.C., questa complessa planimetria rappresenta un caposaldo sopravvissuto isolatamente per quasi ottocento anni, salvatosi dalla distruzione unicamente perché sul suo retro venne successivamente trascritta la Vita di San Martino. Il modulo guida i professionisti nella lettura spaziale di una vera e propria città monastica e offre un’analisi visiva e storiografica del reperto, fondamentale per comprendere l’evoluzione e le convenzioni del disegno architettonico medievale. Sotto il profilo tecnico-compositivo, il corso approfondisce l’impiego del modulus e del “piede carolingio”, dimostrando come l’intera abbazia sia stata concepita su una rigorosa griglia progettuale modulare di assoluta precisione. Affrontando infine il dibattito storiografico sulla reale natura del disegno – se fosse una copia ideale o un progetto in divenire – la lezione svela l’essenza dell’architettura carolingia e la sua volontà monumentale di riallacciarsi ai fasti della Roma imperiale.

Cos’è e dove si trova la Pianta di San Gallo?

Conservata nella biblioteca dell’abbazia svizzera di San Gallo con il nome di Codex Sangallensis 1092, la pianta è costituita da cinque foglie di pergamena cucite insieme, per una dimensione complessiva di circa 115×80 centimetri. Paradossalmente, il documento si è salvato dall’oblio solo perché, sul retro di uno dei fogli, un copista trascrisse la “Vita di San Martino” di Sulpicio Severo, cancellando parzialmente un edificio del disegno originale per far spazio al testo. Fu proprio questa sovrapposizione a proteggere la pergamena, catalogata per secoli come “pianta descrittiva delle case di San Martino” piuttosto che come progetto architettonico.

Il disegno è accompagnato da una lettera dedicatoria indirizzata a un certo Gozberto, l’abate che guidò il monastero di San Gallo dall’816 all’836. L’autore della lettera, identificato probabilmente con Haito, potente vescovo di Basilea e abate del vicino monastero di Reichenau, offre a Gozberto una pianta “esemplata” (copiata o ispirata) con cui poter “esercitare il proprio ingegno”. Questa formula ha aperto un lungo dibattito accademico, dominato dagli studi di Walter Horn e Ernest Born: si tratta di un progetto specifico per la ricostruzione reale del monastero (avviata da Gozberto nell’830) o è la rappresentazione ideale di un’abbazia perfetta, pensata secondo lo spirito di riforma universale del monachesimo voluto da Carlo Magno? L’analisi delle correzioni fisiche sulla pergamena, come l’ingrandimento della chiesa centrale rispetto al progetto iniziale, suggerisce che si tratti di un disegno di lavoro, soggetto a ripensamenti in corso d’opera, piuttosto che una semplice copia meccanica.

Come era organizzato lo spazio nel monastero ideale?

La pianta rivela un’organizzazione spaziale incredibilmente complessa e simbolica, paragonabile per estensione a una piccola città autosufficiente e totalmente indipendente dal territorio circostante. Al centro sorge la grande chiesa a doppia abside, affiancata da due torri circolari di derivazione irlandese, dedicate a San Michele e San Gabriele, utilizzate come punti di controllo visivo sul monastero e sul territorio. L’intera navata della chiesa non era un percorso libero, ma risultava frazionata da transenne in diversi ambienti funzionali, ciascuno dedicato a un rito specifico:

  • l’abside occidentale, riservata ai monaci, con l’altare di San Pietro
  • un’area con il fonte battesimale circolare
  • uno spazio con l’altare della Croce, aperto anche ai fedeli laici esterni
  • il transetto e il presbiterio, che ospitava su due livelli sovrapposti (coro e cripta) la tomba del Santo.

Attorno alla chiesa si sviluppava il chiostro principale, cuore della vita quotidiana dei 77 monaci residenti, con dormitorio, refettorio, cucine e un sistema di riscaldamento a ipocausto che scaldava anche i servizi igienici sovrastanti. Non mancavano edifici specializzati come lo scriptorium (con la biblioteca al piano superiore), il noviziato, l’infermeria, la casa dell’abate e persino un’intera area dedicata agli allevamenti di animali.

Qual è la logica geometrica del progetto?

Alla base dell’intero impianto vi è un rigoroso modulo progettuale quadrato di 40 piedi carolingi (circa 12 metri) di lato, utilizzato per proporzionare sia la chiesa che gli edifici circostanti. L’uso del modulo “ad quadratum” non era casuale: permetteva di evitare le proporzioni basate su radici quadrate, definite “numeri surdi” (irrazionali) da Isidoro di Siviglia, garantendo un controllo assoluto e armonico su tutte le distanze dell’edificio.

Questo rigore matematico si inserisce in una tradizione già radicata nell’antichità romana, dove la centuriazione del territorio avveniva tramite la groma per ottenere angoli perfetti. La pianta di San Gallo dimostra quindi come, già nel IX secolo, il progetto architettonico non fosse un semplice disegno descrittivo, ma un vero e proprio sistema di regole geometriche capaci di generare e controllare uno spazio complesso, gettando le basi per la progettazione monastica dei secoli successivi.


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