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	<title>Design | Archifocus | Archiformazione</title>
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	<description>Formazione continua per Architetti</description>
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		<title>Il colore come strumento di progetto: architettura cromatica tra emozione, percezione e metodo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 15:58:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il seminario e-learning accreditato CNAPPC, valido per l'acquisizione di CFP per la formazione continua degli architetti affronta il colore come strumento di progetto a tutto tondo: dalle basi fisiologiche della percezione cromatica agli schemi di abbinamento, dalla gestione della luce alle proporzioni dello spazio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/il-colore-come-strumento-di-progetto-architettura-cromatica-tra-emozione-percezione-e-metodo/">Il colore come strumento di progetto: architettura cromatica tra emozione, percezione e metodo</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-0"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Cosa cambia tra un colore caldo e uno freddo nella percezione di un ambiente? Come si sceglie il bianco giusto tra le decine di sottotoni disponibili? Quando ha senso usare un colore forte al posto di un elemento d&#8217;arredo? Come si costruisce la continuità cromatica tra ambienti contigui senza uniformarli? Sono alcune delle domande che architetti e progettisti d&#8217;interni si pongono ogni giorno nella pratica professionale e a cui spesso si risponde per istinto, quando invece esistono principi precisi e strumenti metodologici per governare ogni scelta con consapevolezza.</p>
<p>Esiste una scena ricorrente nella pratica professionale di chi progetta interni: il committente, di fronte alla proposta di usare un colore deciso su una parete, esita. Chiede se non sarebbe meglio il bianco. Dice che così è più sicuro, che non stanca, che va con tutto. È una reazione comprensibile, radicata in decenni di cultura del neutro e del minimalismo domestico &#8211; ma che tradisce una fondamentale incomprensione del ruolo che il colore può giocare in architettura. Il colore non è abbellimento, è strumento. E come tutti gli strumenti, richiede conoscenza, metodo e coraggio per essere usato bene.</p>
<p>Per la maggior parte della storia umana, il colore negli interni era un privilegio riservato a pochi. Fino all&#8217;inizio del Novecento, pigmenti naturali come il rosso carminio o l&#8217;azzurro oltremare avevano costi proibitivi: le case affrescate, vivacemente colorate, erano prerogativa dell&#8217;aristocrazia e della Chiesa. Sono stati gli anni Cinquanta del secolo scorso a rendere il colore una risorsa accessibile a tutti e che oggi possiamo definire, senza esagerazione, democratica e potentissima. Ma proprio perché è ancora un tema relativamente nuovo nell&#8217;uso quotidiano, manca spesso la consapevolezza metodologica che ne consenta lo sfruttamento pieno. Il primo passo è passare dall&#8217;uso intuitivo a quello consapevole e scoprire che la distanza tra i due è molto più ampia di quanto si pensi.</p>
<h2><strong>Il carattere dei colori</strong></h2>
<p>Ogni colore agisce sul nostro sistema nervoso in modo misurabile. Non si tratta di poesia: è fisiologia. Le lunghezze d&#8217;onda che compongono lo spettro visibile producono reazioni fisiche precise e documentate, e le implicazioni progettuali di queste reazioni sono tutt&#8217;altro che intuitive. A fianco della dimensione fisiologica esiste poi quella culturale: associazioni cromatiche che variano radicalmente da una cultura all&#8217;altra, spesso ribaltando completamente ciò che diamo per scontato. Conoscere entrambe le dimensioni, e saperle leggere nel contesto specifico di ogni progetto, è la base di qualsiasi approccio serio all&#8217;architettura cromatica.</p>
<p>Rosso, giallo, verde, nero, bianco: ogni famiglia cromatica ha un carattere proprio, un insieme di effetti percettivi ed emotivi che si attivano indipendentemente dal gusto personale. Alcuni colori avvicinano gli oggetti, altri li allontanano. Alcuni accelerano il metabolismo, altri lo rallentano. Alcuni creano punti focali irresistibili, altri definiscono la struttura dello spazio con una forza che nessun elemento d&#8217;arredo potrebbe eguagliare. Ciò che rende complessa e affascinante la progettazione cromatica è che questi effetti non sono fissi: cambiano in relazione alla saturazione del colore, alla sua tonalità, alla luce dell&#8217;ambiente, ai materiali circostanti e agli accostamenti scelti. Lo stesso rosso può comunicare lusso o pericolo, calore o aggressività. Lo stesso verde può essere stimolante o quieto, elegante o infantile. Capire perché, e come governare queste variabili, è ciò che distingue una scelta cromatica professionale da una puramente istintiva.</p>
<h2><strong>Il bianco: usi e abusi</strong></h2>
<p>Merita un capitolo a sé il colore più usato nell&#8217;architettura residenziale italiana e forse il più frainteso. &#8220;Facciamo il bianco che così non sbagliamo&#8221;: quante volte questa frase è stata pronunciata in un cantiere? È una non scelta mascherata da scelta, e le sue conseguenze sono spesso molto più visibili di quanto il committente si aspetti.</p>
<p>Il bianco non è neutro. Riflette fino all&#8217;80-90% della luce e, nelle condizioni sbagliate, può risultare accecante quanto uno specchio. Esistono decine di bianchi diversi, ciascuno con un sottotono cromatico che interagisce con la luce, i serramenti, i pavimenti e tutto l&#8217;esistente in modo spesso imprevedibile se non si è allenati a vederlo. Come si sceglie il bianco giusto? Dipende dall&#8217;orientamento della stanza, dalla qualità della luce, dai materiali già presenti, e da una serie di variabili che cambiano caso per caso. È uno degli aspetti più pratici e sorprendenti di un percorso strutturato sull&#8217;architettura cromatica.</p>
<h2><strong>Spazio, luce e proporzioni</strong></h2>
<p>Progettare con il colore significa anche saper leggere lo spazio in tutta la sua complessità. Le interazioni tra colore, luce naturale e proporzioni dell&#8217;ambiente producono effetti che possono risolvere o aggravare criticità architettoniche che sembrerebbero di tutt&#8217;altra natura. Una stanza bassa, un corridoio lungo, un ambiente privo di luce diretta: esistono approcci cromatici specifici per ciascuna di queste situazioni, che non si riducono alla regola elementare &#8220;chiaro apre, scuro chiude&#8221;, anche perché spesso quella regola produce risultati opposti a quelli attesi.</p>
<p>Lavorare con il colore in modo professionale richiede anche di saper costruire schemi cromatici coerenti: capire perché certi accostamenti funzionano, cosa produce il contrasto tra complementari, come si costruisce un&#8217;armonia tra toni analoghi, come si crea continuità cromatica tra ambienti contigui senza uniformarli. Sono dinamiche che rispondono a principi precisi, studiati e codificati dalla tradizione del design  &#8211; a partire dal lavoro di Johannes Itten alla Bauhaus &#8211; e che ogni progettista può imparare ad applicare con metodo, indipendentemente dal proprio gusto personale.</p>
<p>Negli ultimi decenni, il colore è stato gradualmente espulso dall&#8217;abitare comune non per una scelta consapevole, ma per l&#8217;effetto combinato della standardizzazione industriale e di una cultura del rischio che ha trasformato ogni tinta decisa in qualcosa da maneggiare con cautela. Il risultato è che molti committenti, e talvolta gli stessi progettisti, hanno interiorizzato l&#8217;idea che il neutro sia una forma di sicurezza. Ma il design degli interni non è solo funzione: è narrazione, è identità, è capacità di far sentire chi abita uno spazio che quello spazio gli appartiene davvero. Usare il colore significa prendere posizione, mostrare una personalità, rischiare di essere giudicati. È esattamente questo il punto: chi sa usare il colore con consapevolezza e metodo non teme il giudizio, perché sa spiegare le proprie scelte, sa anticiparne gli effetti, sa correggere il tiro quando necessario. Il coraggio cromatico, per un architetto, non è un tratto caratteriale, è una competenza. E come tutte le competenze, si acquisisce con studio e pratica, non basta sfogliare Pinterest o accumulare ispirazioni.</p>
<p>Il corso affronta questi temi con metodo, esempi concreti e strumenti subito applicabili alla progettazione professionale.</p>
</div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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		<title>Riconciliare città e natura attraverso l&#8217;architettura vivente: incontro con l’architetto e urbanista Stefano Boeri</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/riconciliare-citta-e-natura-attraverso-larchitettura-vivente-incontro-con-larchitetto-e-urbanista-stefano-boeri/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=riconciliare-citta-e-natura-attraverso-larchitettura-vivente-incontro-con-larchitetto-e-urbanista-stefano-boeri</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 12:25:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo secoli di urbanizzazione che ha espulso il verde dai contesti abitati, l'architetto del Bosco Verticale esplora un nuovo paradigma: trasformare gli edifici in ecosistemi e riportare la biodiversità al centro delle nostre città.</p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/riconciliare-citta-e-natura-attraverso-larchitettura-vivente-incontro-con-larchitetto-e-urbanista-stefano-boeri/">Riconciliare città e natura attraverso l&#8217;architettura vivente: incontro con l’architetto e urbanista Stefano Boeri</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-2"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Non si tratta solamente di una questione estetica o di tendenza progettuale, ma di una riflessione profonda sul modo in cui la specie umana abita il pianeta e su come l&#8217;ambiente costruito possa rispondere ai bisogni biologici e psicologici delle persone. Le neuroscienze stanno dimostrando che il nostro cervello attiva aree specifiche legate alla creatività, al benessere e al comfort quando entriamo in contatto con la natura, memoria ancestrale di millenni trascorsi immersi in ambienti naturali. Eppure, la stragrande maggioranza dell&#8217;umanità vive oggi in città dove questa connessione è stata recisa. La questione assume particolare rilevanza in un&#8217;epoca segnata dal cambiamento climatico, dalle isole di calore urbane, dalla perdita di biodiversità e dal progressivo deterioramento della qualità dell&#8217;aria nelle metropoli. L&#8217;architettura può giocare un ruolo determinante nel modificare questa traiettoria, trasformando gli edifici da masse inerti a organismi viventi capaci di dialogare con l&#8217;ecosistema circostante. Ma questa trasformazione richiede un approccio radicalmente diverso rispetto alle convenzioni consolidate, un ripensamento che parta dalle fondamenta stesse del modo in cui concepiamo lo spazio abitato.</p>
<h2><strong>Le ossessioni come motore progettuale</strong></h2>
<p>Esiste una distinzione sottile ma fondamentale tra passioni e ossessioni nella pratica architettonica. Le passioni sono elementi visibili del carattere, manifestazioni esteriori degli interessi di un professionista. Le ossessioni invece rappresentano uno strato più profondo e nascosto, una trama invisibile che accompagna l&#8217;intera traiettoria progettuale. Scoprire quali siano le proprie ossessioni e saperle far emergere nel lavoro professionale è difficile, ma quando ci si riesce, queste possono diventare una linfa vitale straordinaria per la ricerca architettonica. L&#8217;ossessione per gli alberi, per il verde, per la possibilità di integrare la natura vivente negli spazi urbani rappresenta uno di questi fili conduttori che possono attraversare decenni di attività. Per l’architetto Boeri questa ossessione non nasce dal nulla, ma affonda le radici in esperienze formative profonde. La lettura del &#8220;Barone Rampante&#8221; di Italo Calvino, con il suo giovane duca che a dodici anni abbandona la famiglia per trascorrere il resto della vita sui rami degli alberi nell&#8217;entroterra ligure, può rappresentare una di queste esperienze fondative. L&#8217;idea che si possa <strong>abitare il mondo da una prospettiva radicalmente diversa</strong>, che gli alberi possano costituire non solo uno sfondo ma il vero spazio dell&#8217;esistenza, introduce una visione alternativa del rapporto tra uomo e natura. Ogni albero diventa un individuo con una propria personalità, con proprie necessità, con una propria dignità di soggetto vivente. Questa prospettiva si collega a una tradizione di pensiero minoritaria ma persistente nella storia dell&#8217;urbanistica e dell&#8217;architettura.<strong> Patrick Geddes</strong>, architetto e biologo a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu tra i primi a concepire la città come organismo vivente. La sua visione si contrapponeva alla grande tradizione del modernismo e del razionalismo che aveva trovato in Le Corbusier il suo massimo riferimento. Dove il movimento moderno vedeva la città come macchina, Geddes intuiva una dimensione biologica, organica, in cui i flussi, le relazioni, le connessioni assumevano un&#8217;importanza pari se non superiore agli edifici stessi.</p>
<h2><strong>Ispirazioni interdisciplinari per una nuova visione</strong></h2>
<p>La complessità della sfida ecologica richiede un approccio interdisciplinare che attinga da campi apparentemente distanti dall&#8217;architettura. L&#8217;antropologia ha offerto contributi fondamentali attraverso figure come <strong>Jane Goodall</strong>, che ha introdotto il concetto di intelligenze multiple e la necessità di imparare a mettersi negli occhi di chi coabita con noi gli spazi. Non si tratta solamente di questioni che riguardano la popolazione umana, ma anche il modo con cui dialoghiamo e coabitiamo, spesso inconsapevolmente, con altre specie viventi. Questa prospettiva impone di ripensare lo spazio non come dominio esclusivo dell&#8217;uomo ma come habitat condiviso.</p>
<p>La scienza forestale ha contribuito a svelare l&#8217;intelligenza degli alberi attraverso ricercatori come <strong>Colin Tudge</strong>, tra i primi a spiegare in modo chiaro e scientificamente fondato la straordinaria funzione degli alberi nel produrre non solo ossigeno ma anche gli enzimi fondamentali per la vita di tutte le altre specie. La capacità degli alberi di unire le risorse del cielo con quelle del sottosuolo, di trasformare acqua e luce in energia per la vita, rappresenta una lezione fondamentale per ripensare l&#8217;architettura come sistema di trasformazione e scambio. Anche l&#8217;arte contemporanea offre intuizioni decisive. <strong>Joseph Beuys</strong>, uno dei più grandi artisti della seconda metà del Novecento, realizzò nel 1982 a Kassel un&#8217;opera che può essere considerata manifesto di un&#8217;architettura diversa: raccolse settemila pietre di basalto e le scambiò con settemila querce che piantò in tutta la città, nei cortili, nelle strade. L&#8217;idea di una metamorfosi tra architettura e natura, di pietre che diventano alberi, contiene un&#8217;eredità straordinaria per chi progetta gli spazi della vita contemporanea.</p>
<p>La filosofia contemporanea introduce il concetto di risonanza, elaborato da <strong>Hartmut Rosa </strong>della scuola di Francoforte. Dobbiamo imparare ad avere un rapporto di risonanza con il mondo, non solo con i nostri vicini o familiari ma con le specie viventi in senso lato. Significa imparare a far sì che il mondo si esprima, ad ascoltare una voce che non è la nostra, a dialogare con questa voce. Questo concetto di risonanza applicato all&#8217;architettura suggerisce che gli edifici non debbano semplicemente ospitare la natura ma entrare in una relazione attiva con essa, in un dialogo continuo di scambio e trasformazione.</p>
<h2><strong>Il Bosco Verticale: da manifesto a modello replicabile</strong></h2>
<p>Il Bosco Verticale di Milano, inaugurato nel 2014, è diventato qualcosa di più di un singolo edificio: rappresenta una tipologia architettonica innovativa che ha fatto scuola. Il riconoscimento come <strong>migliore grattacielo del mondo nel 2015</strong> e i numerosi premi internazionali hanno certificato la validità dell&#8217;intuizione, ma il valore più significativo risiede nella capacità di questo progetto di dimostrare che è possibile fare qualcosa di radicalmente diverso nell&#8217;architettura urbana. Quando la BBC, su mandato di David Attenborough, ha filmato la costruzione del Bosco Verticale e la fioritura delle piante sui balconi, il messaggio finale era chiaro: a Milano sta nascendo qualcosa di assolutamente nuovo che dimostra la possibilità di un futuro diverso per le città.</p>
<p><strong>L&#8217;edificio ospita circa 21.000 specie vegetali, 360 abitanti umani e più di 20 specie di uccelli</strong>. Questa coabitazione che cambia colore con le stagioni è stata un&#8217;occasione per sviluppare ricerche approfondite. Sensori monitorano costantemente la vita degli alberi e delle piante, consentendo di studiare come questa casa per alberi funzioni realmente, quali siano le criticità, quali le opportunità. Non si tratta di considerare il verde come mero ornamento ma come componente attiva dell&#8217;edificio, con proprie <strong>esigenze manutentive</strong>, proprio <strong>comportamento stagionale</strong>, propri <strong>effetti sul microclima e sulla qualità dell&#8217;aria</strong>.</p>
<p>Questa esperienza ha stimolato altri progetti in Italia e nel mondo, adattati a diversi contesti urbani. A Eindhoven è stato realizzato un <strong>bosco verticale per l’edilizia sociale</strong>, dimostrando che il modello può essere applicato anche in interventi a costo contenuto. Attraverso uno studio attento della prefabbricazione e dell&#8217;industrializzazione del sistema, è stato possibile portare il bosco verticale in edifici di social housing con appartamenti a 600 euro. Questo passaggio è fondamentale: se la forestazione urbana verticale rimane appannaggio esclusivo di interventi di lusso, non potrà mai diventare strumento di trasformazione sistemica delle città. La sfida è renderla accessibile, replicabile, sostenibile economicamente.</p>
<h2><strong>Forestazione urbana a scale diverse</strong></h2>
<p>Il concetto di integrazione tra natura e architettura può declinarsi a scale molto diverse, dal singolo edificio al quartiere, fino all&#8217;intera dimensione metropolitana. Un lavoro di ricerca recente su Roma nel 2050 ha esplorato questa possibilità immaginando il futuro della capitale a venticinque anni di distanza. Roma si presenta come una <strong>città arcipelago</strong>, costituita da decine di piccoli nuclei attraversati e messi in relazione da un sistema sinuoso e diffuso di spazi verdi: giardini, parchi, aree agricole, sterrati, aree archeologiche. Questo sistema di aree verdi è il negativo o il positivo della città, la sua struttura portante. Roma è per certi aspetti già un parco, ma questa caratteristica è stata sottovalutata e poco valorizzata. Pensare a un futuro più lontano rispetto ai consueti orizzonti della politica o della pianificazione urbanistica consente di immaginare cose che sembrano impossibili. Rendere <strong>il Tevere uno spazio per la mobilità</strong> e per la vita a tutti gli effetti. Trasformare Ostia da periferia abbandonata nell&#8217;immaginario pubblico alla vera porta di Roma verso il mare. Valorizzare<strong> l&#8217;archeologia diffusa</strong> che va ben oltre il raccordo anulare e potrebbe diventare risorsa straordinaria per il territorio. Immaginare che il grande raccordo anulare, oggi circonvallazione meccanica che interrompe la natura, possa diventare luogo di produzione di ricerca, di corridoi ecologici, di connessione tra sistemi verdi che entrano ed escono dal tessuto urbano. Una delle sfide più interessanti riguarda la possibilità di <strong>liberare migliaia di metri quadri nel centro storico di Roma</strong>, riportando residenza stabile dove oggi domina il turismo mordi e fuggi. L&#8217;intelligenza artificiale ridurrà inevitabilmente la presenza umana negli uffici del terziario. Alcuni grandi edifici amministrativi potrebbero spostarsi verso l&#8217;EUR, quartiere con potenziali enormi ancora inespressi. Questo consentirebbe di restituire vita vera al centro storico, non Airbnb ma residenza stabile che genera comunità ed effetti positivi sul tessuto sociale. Leggere la città come organismo, entrare in risonanza con altre specie viventi, valorizzare la presenza del verde come elemento di vita: questi principi possono guidare la trasformazione metropolitana.</p>
<h2><strong>Progetti in contesti estremi: deserto e zone aride</strong></h2>
<p>La sfida della forestazione urbana assume caratteristiche particolari quando applicata a contesti climatici estremi come le zone desertiche o aride. In Arabia Saudita l&#8217;idea di <strong>città foresta in mezzo al deserto</strong> può sembrare utopica, ma diventa possibile attraverso processi di desalinizzazione controllati e capaci di utilizzare energie rinnovabili. Il sole rappresenta in questi luoghi un&#8217;energia potentissima se sfruttata all&#8217;interno di una visione di città con forte sostenibilità ambientale, legata anche a un concetto di autonomia agroalimentare. I progetti per Riad o per la zona nord dell&#8217;Arabia Saudita includono sistemi di buffer legati alla trasformazione dei prodotti agricoli in cibo, creando filiere integrate. Se si pensa a città di questo tipo, anche in zone estreme si può immaginare un mondo diverso. Fare esperienze in queste aree, pur nelle loro specificità e talvolta nelle loro contraddizioni, può liberare energie creative utili anche per zone a noi molto più vicine. Le soluzioni sviluppate per gestire il problema del calore, dell&#8217;ombreggiamento, della water management in contesti desertici possono trovare applicazione nelle città del sud Europa che affrontano effetti crescenti del cambiamento climatico.</p>
<p>Il tema dell&#8217;ombra e del calore diventa sempre più cruciale anche per le città europee. Gli <strong>effetti del cambiamento climatico</strong> si manifestano come calore o fenomeni meteorologici estremi causati da vaporizzazione eccessiva delle acque marine. La presenza del verde, la capacità di creare ombreggiamento naturale, la riduzione delle superfici minerali che accumulano calore: questi elementi non sono più optional estetici ma necessità funzionali per garantire vivibilità urbana. Il lavoro sulla vegetazione in architettura deve essere calibrato secondo le caratteristiche, le esigenze e le condizioni climatiche specifiche di ogni luogo.</p>
<h2><strong>Connettere gli spazi verdi: corridoi ecologici e biodiversità</strong></h2>
<p>Non si tratta solamente di costruire architetture con facciate verdi, per quanto questa sia una delle possibilità esplorate. Il tema più generale riguarda come connettere gli spazi verdi esistenti, come allargare parchi e giardini, come far entrare la natura da protagonista negli spazi minerali per renderli più vitali e capaci di rispondere alla vita. La connessione è un grande valore perché consente alla biodiversità di espandersi, agli ecosistemi di interagire, ai flussi naturali di ristabilirsi. Parchi isolati sono isole di verde in un mare di cemento, con biodiversità limitata e fragile. Parchi connessi da corridoi ecologici diventano parte di un sistema vivente più ampio e resiliente.</p>
<p>Il concetto di <strong>parco planetario</strong> elaborato da <strong>Richard Weller</strong> suggerisce che connettendo tutti gli hotspot della biodiversità del mondo si cambierebbe la qualità della vita per la nostra specie. In Italia questo significherebbe collegare i parchi naturali, i parchi regionali, i parchi acquatici attraverso percorsi verdi e forestati. Questa visione può essere applicata anche a situazioni come quella dell&#8217;Arabia Saudita o di altri paesi che vivono in condizioni aride. Il progetto della <strong>Green Wall</strong> in Africa sta già lavorando in quella direzione, dimostrando che anche in zone estreme è possibile creare corridoi verdi che connettono ecosistemi.</p>
<p>Durante il periodo del Covid, quando improvvisamente gli esseri umani hanno smesso di occupare in maniera stabile, pervasiva e totalizzante gli spazi della città, gli animali si sono rifatti vivi nei contesti urbani. Questa esperienza ci ha fatto capire che queste presenze esistono sempre, semplicemente noi le abbiamo espulse con la nostra invasività. Il lavoro sul rapporto con le altre specie viventi non è un vezzo intellettuale ma una necessità ecologica. Un progetto provocatorio immaginava di portare nel centro di Parigi 50.000 vacche sacre e migliaia di scimmie per ridurre i ritmi della vita urbana, per interrompere la frenesia. Chi visita Delhi o Mumbai vede come si possa coabitare con altre specie in modo quotidiano.</p>
<h2><strong>Triennale di Milano: ricerca culturale sulla relazione uomo-natura</strong></h2>
<p>Il lavoro di ricerca sul rapporto tra uomo e natura ha trovato una sintesi significativa nelle tre grandi esposizioni della Triennale di Milano del 2019, 2022 e 2025, che hanno costituito una sorta di trilogia concettuale. <strong>&#8220;Broken Nature&#8221;</strong> del 2019, curata con il MOMA, ragionava su come si possano riparare i danni creati dalla nostra specie sulla natura. L&#8217;idea era che potessimo intervenire dall&#8217;esterno per correggere ciò che avevamo rovinato, mantenendo una distinzione tra noi e l&#8217;ambiente naturale. <strong>&#8220;Unknown Unknowns&#8221;</strong> del 2022, realizzata mentre si usciva dal Covid, poneva il problema del rapporto con la natura in modo radicalmente diverso. La natura si era manifestata dentro di noi attraverso un microorganismo che aveva ucciso milioni di persone. Il distacco con la natura che ci permetteva di dire &#8220;ripariamo qualcosa che abbiamo rovinato&#8221; si rivelava illusorio. La natura non è fuori di noi, è dentro il nostro stesso corpo. Questa consapevolezza traumatica ha imposto un ripensamento profondo. <strong>&#8220;Inequalities&#8221;</strong> del 2025 ha affrontato il terzo elemento della trilogia: la consapevolezza che ogni sforzo per una transizione ecologica efficiente non può prescindere da una <strong>riflessione sulle diseguaglianze</strong>. Non possiamo rischiare che una transizione ecologica o un investimento sul miglioramento dell&#8217;ambiente producano vantaggi per chi ne ha già e svantaggi per chi è in condizioni di fragilità. Purtroppo questo accade spesso. La questione ambientale è inscindibile dalla questione sociale. Un&#8217;architettura che integra natura deve essere accessibile, democratica, non elitaria.</p>
<h2><strong>Il</strong> <strong>progetto per Amatrice: architettura come risposta all&#8217;emergenza</strong></h2>
<p>Il progetto per Amatrice dopo il terremoto del 2016 rappresenta un caso emblematico di come l&#8217;architettura possa rispondere rapidamente a situazioni di emergenza senza rinunciare alla qualità. La richiesta del sindaco era di costruire un luogo che fungesse da mensa per gli studenti delle scuole ma anche da spazio d&#8217;incontro pubblico nell&#8217;orario non scolastico. Il progetto doveva dare una visione di speranza e di futuro in un momento in cui dominava solamente la tragedia.</p>
<p>Il progetto si compone di una serie di <strong>edifici suddivisi in blocchi</strong>: il primo contiene la <strong>nuova mensa scolastica</strong>, gli altri ospitano <strong>otto ristoranti storici di Amatrice</strong> che avevano perso la propria sede. Il cantiere è partito nel novembre 2016 e nonostante tutte le difficoltà legate alla raggiungibilità del luogo e alle condizioni invernali, grazie a un lavoro di squadra tra tutti i tecnici, nel giro di quattro settimane e mezzo è stata costruita una struttura già funzionale. L&#8217;edificio è stato realizzato con<strong> legno proveniente dal Friuli</strong>, dimostrando che il legno è materiale leggero, velocissimo per la costruzione, elastico e antisismico per sua natura. Questo polo dell&#8217;alimentazione ha l&#8217;obiettivo di dare lavoro a più di 130 cittadini e rilanciare Amatrice a partire da una delle risorse fondamentali del territorio: la cultura del cibo. È stata un’esperienza straordinaria perché ha dimostrato che si possono fare cose di qualità in tempi rapidi quando ci sono le<strong> soluzioni tecniche adeguate </strong>e<strong> una comunità che partecipa</strong>. La capacità di reazione di fronte alla tragedia, la forza che deriva dall&#8217;attaccamento alla propria terra, la resilienza dell&#8217;essere umano: questi elementi sono fondamentali quanto la tecnica costruttiva.</p>
<p>La connessione con il tema della forestazione urbana emerge anche qui: il legname utilizzato proveniva in parte dai boschi colpiti dalla <strong>tempesta Vaia</strong> che nel 2018 aveva distrutto migliaia di ettari di foreste nell&#8217;arco alpino. Una doppia tragedia, sismica e ambientale, ha trovato una risposta che trasformava gli alberi abbattuti in materiale da costruzione per una comunità colpita dal terremoto. Questa circolarità tra disastri naturali, materiali di scarto trasformati in risorse, architettura di emergenza che diventa permanenza, costituisce una lezione importante sul modo in cui l&#8217;architettura può mediare tra uomo e natura anche nelle situazioni più drammatiche.</p>
<h2><strong>Architettura e intelligenza artificiale: opportunità e rischi</strong></h2>
<p>L&#8217;intelligenza artificiale sta entrando prepotentemente nel mondo dell&#8217;architettura, ponendo interrogativi sul futuro della professione. Esistono aspetti molto preoccupanti legati al modo in cui l&#8217;AI può intervenire nel lavoro progettuale, anche falcidiando intere parti del processo creativo dal punto di vista delle persone e delle traiettorie di vita. Questa prospettiva genera giustificate paure. Tuttavia, l&#8217;architettura possiede caratteristiche che la rendono un ottimo antidoto a una versione incontrollata dell&#8217;intelligenza artificiale.</p>
<p>Il primo elemento riguarda la creatività. L&#8217;intelligenza artificiale lavora sulla ripetizione, sulla mappatura dell&#8217;esistente, ma <strong>quando si avvicina all&#8217;innovazione si ferma</strong>. Il lavoro architettonico che si misura con l&#8217;innovazione come tema costante può utilizzare l&#8217;AI come risorsa senza esserne utilizzato. Il secondo aspetto fondamentale è che <strong>l&#8217;architettura costruisce un mondo solido, con gravità, peso, matericità</strong>. Questa dimensione fisica è sempre più importante in contrapposizione all&#8217;esplosione a volte effimera e nauseante di un mondo immateriale digitale. Non ci sarà mai un&#8217;esperienza immateriale che possa sostituire la possibilità di stare in uno spazio, percorrerlo, toccarlo, sentirne il calore, sentirne il rumore, incontrare persone tridimensionali in un ambiente tridimensionale. Questa <strong>irriducibilità dell&#8217;esperienza spaziale fisica </strong>costituisce il nucleo resistente dell&#8217;architettura di fronte alla digitalizzazione. Il compito degli architetti è di grande responsabilità: mantenere viva la dimensione umanistica, la discussione sui sentimenti e sulle emozioni, il rapporto tra lo spazio e la sua percezione personale e affettiva.</p>
</div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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		<title>Superfici come manifesto: processo creativo e cultura del progetto nei laminati contemporanei</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/superfici-come-manifesto-processo-creativo-e-cultura-del-progetto-nei-laminati-contemporanei/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=superfici-come-manifesto-processo-creativo-e-cultura-del-progetto-nei-laminati-contemporanei</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 14:49:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questo design talk di Linee Trasversali, Lorenzo Palmeri dialoga con i design curator di Abet Laminati e ci guida in un viaggio che ripercorre  la storia delle superfici laminate.</p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/superfici-come-manifesto-processo-creativo-e-cultura-del-progetto-nei-laminati-contemporanei/">Superfici come manifesto: processo creativo e cultura del progetto nei laminati contemporanei</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-4"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Un prodotto legnoso nella sua essenza, sostenibile nella sua composizione attuale, ma soprattutto un supporto espressivo che ha accompagnato le rivoluzioni estetiche del design italiano dagli anni Sessanta ad oggi, fungendo da tela per alcune delle più significative sperimentazioni progettuali contemporanee.</p>
<p>Nel panorama dei materiali per l&#8217;architettura e il design d&#8217;interni, pochi elementi hanno attraversato le trasformazioni culturali del Novecento con la stessa capacità di reinvenzione continua delle superfici laminate. Eppure questa famiglia di materiali soffre ancora oggi di un equivoco terminologico e concettuale che ne offusca il valore progettuale: l&#8217;espressione &#8220;laminato plastico&#8221;, retaggio linguistico degli anni Sessanta, ha cristallizzato nell&#8217;immaginario collettivo un&#8217;associazione errata con materiali polimerici che poco hanno a che fare con la natura effettiva di questi prodotti. La verità materica del laminato ad alta pressione racconta una storia profondamente diversa: carta kraft proveniente da foreste gestite, impregnata con resine a base acqua, pressata a temperature di duecento gradi con cicli di cottura che possono durare fino a quarantacinque minuti, trasformata in superfici compatte che possiedono densità, resistenza e versatilità decorativa straordinarie.</p>
<p>Ripercorrere la storia delle superfici laminate attraverso le collaborazioni tra industria e creatività progettuale significa <strong>comprendere come un materiale tecnico sia diventato strumento culturale</strong>, come la pelle degli oggetti sia stata progressivamente riconosciuta non come accessorio decorativo ma come elemento strutturante del significato, e come l&#8217;innovazione tecnologica abbia progressivamente democratizzato l&#8217;accesso a personalizzazioni che un tempo erano appannaggio esclusivo delle grandi produzioni seriali.</p>
<h2><strong>Dalla chimica alle superfici: una storia di trasformazione imprenditoriale</strong></h2>
<p>La storia di molte aziende italiane del settore rivela percorsi imprenditoriali caratterizzati da discontinuità radicali, dove la capacità di guardare oltre i confini nazionali e di intuire mercati emergenti ha determinato trasformazioni identitarie profonde. Un caso emblematico è <strong>Abet Laminati, azienda nata nel 1946</strong> come produttrice di estratti tannici dai noccioleti piemontesi, attività chimica tradizionale legata alle risorse locali. Nel 1957, uno dei fondatori compie un viaggio in America alla ricerca di prodotti innovativi, scoprendo quello che all&#8217;epoca si chiamava genericamente &#8220;fòrmica&#8221;: il laminato ad alta pressione, materiale che negli Stati Uniti stava rivoluzionando l&#8217;arredamento domestico per la sua resistenza, igienicità e possibilità di colorazione. Questa intuizione determina una trasformazione radicale: da azienda chimica ad azienda di superfici, acquisendo inizialmente la licenza per produrre e distribuire in Italia, poi sviluppando autonomamente tecnologie e competenze produttive. Quello che oggi appare come un cambio settoriale evidente, all&#8217;epoca rappresentava una scommessa visionaria su un materiale che in Europa era pressoché sconosciuto. L&#8217;importazione iniziale si limitava a quattro colori (bianco, azzurro, nero, verde) che costituivano l&#8217;offerta standard americana, sufficiente per un mercato che cercava principalmente resistenza e pulizia per cucine e bagni. L&#8217;intuizione strategica successiva arriva nel 1966 con l&#8217;invenzione della <strong>&#8220;Finitura 6&#8221;, superficie con leggera texture movimentata</strong> che garantiva elevata resistenza all&#8217;abrasione risultando particolarmente adatta alle tinte unite. Questa finitura, ancora oggi la più venduta, testimonia come alcune scelte tecniche diventino standard de facto per generazioni di progettisti e produttori. Ma soprattutto evidenzia un elemento distintivo dell&#8217;approccio italiano: mentre il mercato americano privilegiava funzionalità e standardizzazione, l&#8217;industria italiana intuiva che il laminato poteva diventare strumento espressivo, superficie da progettare oltre la mera funzione protettiva.</p>
<h2><strong>La composizione materica: carta, resina e trasformazione termochimica</strong></h2>
<p>Comprendere cosa sia effettivamente un laminato ad alta pressione (HPL &#8211; High Pressure Laminate) risulta fondamentale per superare preconcetti e utilizzarlo consapevolmente in progettazione. La base del prodotto consiste in fogli di carta kraft stratificati: la carta utilizzata proviene dalla stessa filiera della carta da imballaggio, ma con caratteristiche tecniche specifiche che ne garantiscono capacità di impregnazione e comportamento meccanico adeguato. <strong>Il settanta per cento del prodotto finito è carta, il trenta per cento resine fenoliche a base acqua </strong>che impregnano le fibre legnose conferendo al materiale finale compattezza e resistenza. Il processo produttivo avviene in presse statiche dove i &#8220;panetti&#8221; di fogli impregnati vengono sottoposti a temperature che raggiungono i duecento gradi con pressioni elevatissime, mantenute per tempi variabili in funzione dello spessore desiderato. Un pannello può richiedere quasi due ore tra cottura e raffreddamento, processo che trasforma materiali apparentemente fragili in superfici compatte capaci di raggiungere spessori da 0,6 millimetri fino a 20 millimetri, con dimensioni che variano dal formato americano standard fino a pannelli di oltre quattro metri di lunghezza.</p>
<p>La distinzione tra HPL (High Pressure Laminate) e CPL (Continuous Pressure Laminate) riguarda la tecnologia produttiva: le presse statiche garantiscono pressioni elevatissime e tempi di cottura prolungati che si traducono in resistenza superficiale superiore e possibilità di realizzare spessori elevati; le linee continue producono più velocemente ma con pressioni inferiori, limitandosi a spessori ridotti (massimo 1-2 mm) e con caratteristiche prestazionali inferiori. Questa differenza tecnica si traduce in ambiti applicativi distinti:<strong> l&#8217;HPL risulta adatto per piani di lavoro, rivestimenti sottoposti a usura, superfici esterne</strong>, mentre <strong>il CPL trova applicazione prevalente in rivestimenti verticali protetti</strong>.</p>
<p>Un aspetto cruciale riguarda la sostenibilità ambientale del prodotto contemporaneo. L&#8217;evoluzione tecnologica degli ultimi vent&#8217;anni ha portato alla sostituzione delle impregnazioni alcoliche con impregnazioni a base acqua, eliminando le emissioni di solventi volatili. Parallelamente, l&#8217;introduzione massiccia di carte kraft riciclate post-consumer ha ridotto l&#8217;impatto ambientale complessivo. I cicli produttivi recuperano l&#8217;acqua utilizzata nel raffreddamento delle presse, i fumi di cottura vengono bruciati per produrre energia termica che riscalda le stesse presse, gli sfridi di lavorazione alimentano le centrali termiche aziendali. Il laminato possiede <strong>certificazione LCA &#8211; Life Cycle Assessment</strong> che ne documenta l&#8217;impronta ambientale &#8220;dalla culla al cancello&#8221;, risultando un prodotto sostanzialmente carbon-neutral nella fase produttiva. La prossima sfida riguarderà la sostenibilità complessiva del ciclo di vita. Nonostante gli avanzamenti, il laminato tradizionale contiene resine termoindurenti che impediscono il riciclo meccanico a fine vita, limitando le opzioni allo smaltimento termico con recupero energetico. La ricerca attuale è concentrata sullo sviluppo di materiali alternativi che mantengano le prestazioni superficiali del laminato, utilizzando però leganti riciclabili o biodegradabili che permettano il riutilizzo delle fibre cellulosiche.</p>
<h2><strong>Superstudio e la superficie come dichiarazione progettuale</strong></h2>
<p>Prima che Memphis rivoluzionasse il mondo del design all&#8217;inizio degli anni Ottanta, la cultura radicale italiana degli anni Sessanta-Settanta aveva già intuito il potenziale espressivo delle superfici laminate. Superstudio, collettivo fiorentino formato da Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia e altri, concepisce tra il 1966 e il 1971 la serie &#8220;Misura&#8221;, prodotta poi da Zanotta con il nome commerciale &#8220;Quaderna&#8221;: mobili rivestiti interamente con laminato decorato da una griglia di quadretti neri di tre centimetri su fondo bianco, che trasforma ogni superficie in un reticolo cartesiano misurabile.</p>
<p>L&#8217;operazione concettuale risulta radicale: la griglia non è decorazione ma sistema di misurazione visiva che estende il foglio tecnico dell&#8217;architetto alla tridimensionalità dell&#8217;oggetto. La scrivania, il tavolo, gli armadi diventano strumenti di misura oltre che arredi, in un&#8217;utopia progettuale che ambiva a trattare l&#8217;intero spazio abitabile con la medesima logica superficiale. Quando Aurelio Zanotta presenta questa collezione in fiera, tutto lo stand e persino gli operatori sono vestiti con tessuto a quadretti, estendendo il pattern dalla superficie degli oggetti ai corpi delle persone, rendendo esplicita l&#8217;intenzione totalizzante del progetto. Questa operazione anticipa temi che Memphis svilupperà ulteriormente: il laminato non come surrogato economico di materiali nobili, ma come<strong> materiale identitario che marca le superfici</strong> <strong>con forza visiva prepotente</strong>, spostando l&#8217;attenzione dalla forma alla pelle, dal volume alla texture. Gli Ultramobili realizzati da Superstudio verso la fine degli anni Sessanta consolidano questo approccio: armadi dove pattern geometrici contrastanti creano vibrazioni ottiche che annullano la percezione volumetrica tradizionale, sostituita da un&#8217;esperienza puramente superficiale.</p>
<h2><strong>Memphis: la superficie come contenuto profondo</strong></h2>
<p>L&#8217;avvento di Memphis nel settembre 1981 segna una discontinuità culturale paragonabile a uno shock sismico che rompe irreversibilmente la superficie della terra, creando un prima e un dopo invalicabile. Ettore Sottsass, affiancato da un gruppo eterogeneo di progettisti (Michele De Lucchi, Aldo Cibic, Nathalie Du Pasquier, Martine Bedin, Matteo Thun, George Sowden e molti altri), sovverte totalmente il paradigma del design funzionalista che aveva dominato il dopoguerra. Il salotto color nocciola con divano in pelle e mobile in noce viene sradicato, sostituito da oggetti che gridano attraverso colori violenti, accostamenti cromatici imprevedibili, pattern decorativi che ricoprono ogni centimetro di superficie disponibile.</p>
<p>Il <strong>decoro &#8220;Bacterio&#8221;</strong>, disegnato da Sottsass con Barbara Radice tracciando al pennarello nero piccoli esseri informi su fondo chiaro, diventa manifesto di questo approccio: la superficie del laminato non imita più materiali nobili ma dichiara la propria identità artificiale, giocosa, ironica. Altri <strong>pattern Memphis </strong>riprendono elementi della cultura popolare, creano vibrazioni ottiche attraverso geometrie contrastanti, oppure nobilitano il kitsch trasformandolo in linguaggio consapevole. La libreria &#8220;Carlton&#8221; di Sottsass, probabilmente l&#8217;oggetto più iconico di Memphis, sintetizza questa filosofia: una struttura antropomorfa dove piani obliqui rivestiti in laminati colorati compatti si incastrano, creando un totem che stravolge completamente la funzione tradizionale della libreria organizzata per volumi ortogonali. L&#8217;oggetto non serve più primariamente a contenere libri ma a dichiarare un&#8217;identità, a comunicare gioia, energia, rottura con il passato. La superficie diventa il vero contenuto, in un&#8217;apparente contraddizione che rivela invece una verità profonda: <strong>ciò che percepiamo immediatamente di un oggetto non è la sua struttura interna ma la sua pelle, ed è attraverso quella pelle che l&#8217;oggetto comunica significato</strong>.</p>
<p>Memphis rappresenta anche un caso industriale significativo: le aziende italiane del settore intuiscono immediatamente il valore di questa sperimentazione, non solo producendo i decori disegnati dai designer ma collezionando sistematicamente gli oggetti realizzati e creando raccolte museali che oggi costituiscono patrimonio storico insostituibile. Questa lungimiranza imprenditoriale, capace di intravedere valore culturale e prospettico in operazioni che all&#8217;epoca scandalizzavano il pubblico e la critica tradizionale, distingue l&#8217;approccio italiano da quello di molti altri paesi dove l&#8217;industria privilegia investimenti con ritorni immediati misurabili.</p>
<h2><strong>Dalla serigrafia al digitale: democratizzare la personalizzazione</strong></h2>
<p>Per decenni la personalizzazione dei laminati decorativi avveniva attraverso tecniche serigrafiche: telai incisi permettevano di stampare pattern ripetuti su superfici predefinite, processo che richiedeva investimenti considerevoli in attrezzature e che risultava economicamente sostenibile solo per produzioni seriali di migliaia di metri quadri. Questa limitazione tecnologica concentrava le collezioni decorate in mano a grandi designer capaci di garantire volumi di vendita adeguati, escludendo di fatto la possibilità per singoli architetti o piccoli studi di realizzare superfici custom per progetti specifici.</p>
<p>L&#8217;avvento della stampa digitale a inizio anni Duemila trasforma radicalmente questo scenario, democratizzando l&#8217;accesso alla personalizzazione. Le aziende più avanzate installano linee di stampa digitale che permettono di produrre anche singoli pannelli decorati partendo da file grafici, eliminando i costi fissi di attrezzaggio che rendevano proibitive le piccole quantità. Questo passaggio tecnologico non rappresenta solo un&#8217;evoluzione produttiva ma un cambio di paradigma culturale: <strong>il laminato da prodotto industriale standardizzato diventa materiale sartoriale, dove ogni progettista può disegnare la propria superficie esattamente come un tempo disegnava un mobile su misura</strong>.</p>
<p>Le implicazioni progettuali risultano evidenti: un hotel può decorare le testate dei letti con pattern specifici che raccontano il territorio o la storia dell&#8217;edificio; uno spazio commerciale può rivestire pareti e banconi con grafiche coerenti con l&#8217;identità del brand; un&#8217;abitazione privata può personalizzare la cucina con decori disegnati dagli stessi abitanti. Questa possibilità richiede però competenze nuove: conoscere i formati file corretti, le risoluzioni necessarie, le dimensioni massime stampabili, le finiture superficiali disponibili.</p>
<p>Le aziende più attente hanno creato <strong>piattaforme digitali dedicate </strong>dove architetti e designer possono caricare i propri file grafici, ricevere immediatamente verifiche di fattibilità tecnica e preventivi automatici, dialogare con tecnici specializzati per ottimizzare i progetti. Queste piattaforme includono vademecum che spiegano come impostare correttamente i file, quali formati utilizzare, come gestire le ripetizioni di pattern, come considerare le tolleranze dimensionali nella fase esecutiva.</p>
<h2><strong>Colore, texture e innovazione materica: le collezioni contemporanee</strong></h2>
<p>Parallelamente alla personalizzazione digitale, le aziende sviluppano collezioni firmate dove designer internazionali interpretano le possibilità espressive del laminato contemporaneo. <strong>Arthur Arbesser</strong>, fashion designer austriaco, trasferisce nel 2003 la sua expertise tessile in una collezione dove i pattern ricordano trame e orditi, dimostrando come linguaggi di settori apparentemente distanti possano contaminare produttivamente il mondo delle superfici architettoniche.<strong> Paola Navone</strong>, collaboratrice storica e parte del gruppo Memphis agli esordi, sviluppa collezioni che mantengono viva quella tradizione sperimentale adattandola alle sensibilità contemporanee. La collezione <strong>&#8220;Mare Nostrum&#8221; </strong>introduce un elemento di forte significato ambientale: tutti i supporti (le carte kraft che costituiscono il corpo del laminato) sono realizzati con carta cento per cento riciclata post-consumer, rispondendo alle crescenti richieste di sostenibilità certificate. I decori reinterpretano il tema marino attraverso linguaggi contemporanei: le barchette di carta diventano texture ripetuta, le reti da pesca (quelle che tragicamente si trovano disperse negli oceani) si trasformano in pattern grafico, la pelle dello squalo viene riprodotta con effetti ottici tridimensionali ottenuti però su superficie perfettamente liscia. <strong>&#8220;Net&#8221;</strong>, decoro che utilizza griglia da un centimetro anziché i tre centimetri della storica Quaderna, trasforma il riferimento in carta millimetrata utile per progettisti e artigiani che lavorano quotidianamente con misure precise. <strong>&#8220;Island&#8221;</strong> evoca superfici insulari attraverso macchie organiche irregolari.<strong> &#8220;Fetcher&#8221;</strong> riproduce il moto ondoso con texture leggermente tridimensionale che ricorda il capitonné dei divani, dimostrando come le finiture superficiali (lisce, ruvide, martellate, goffrate) contribuiscano tanto quanto il decoro grafico alla percezione finale del materiale. <strong>&#8220;Work in Progress&#8221; di Mario Scairato</strong> ironizza sui linguaggi del cantiere e dell&#8217;edilizia, sdoganando estetiche considerate &#8220;brutte&#8221; o provvisorie (le reti arancioni dei cantieri, i mattoni non intonacati, la segnaletica di sicurezza) e trasformandole in decorazioni consapevoli che celebrano il processo costruttivo anziché nasconderlo. <strong>Pierre Charpin</strong> recupera il lavoro tipografico del padre trasformando caratteri tipografici storici in pattern decorativi, dimostrando come la memoria familiare e culturale possa alimentare linguaggi contemporanei.</p>
<p>Queste collezioni non rappresentano esercizi stilistici fini a sé stessi ma ricerche continue sul significato delle superfici, sul rapporto tra funzione e comunicazione, sulla capacità dei materiali di raccontare storie e trasmettere valori oltre la mera prestazione tecnica.</p>
<h2><strong>Full color e lavorazioni speciali: ampliare le possibilità tecniche</strong></h2>
<p>Oltre al decoro superficiale, un elemento tecnico che ha trasformato le possibilità applicative del laminato riguarda il colore del supporto. Tradizionalmente il corpo del laminato (le carte kraft non decorate che costituiscono lo spessore) presentava il colore naturale della carta, un marrone che emergeva visibilmente sui bordi dei pannelli. Questo creava un problema estetico significativo: un piano da cucina bianco mostrava bordi marroni che rivelavano immediatamente la natura composita del materiale, impedendo l&#8217;illusione di un materiale monolitico. L&#8217;introduzione della<strong> tecnologia &#8220;full color&#8221; </strong>risolve questo limite utilizzando carte kraft pre-colorate o impregnate con pigmenti colorati che attraversano tutto lo spessore del pannello. Oggi sono disponibili undici colori di supporto differenti che permettono di abbinare il colore del bordo a quello della superficie decorativa. Questa innovazione risulta particolarmente significativa per applicazioni dove il bordo del pannello rimane visibile: piani da cucina, tavoli, banconi, mensole, rivestimenti con giunti a vista. La possibilità di scegliere il colore del supporto in fase progettuale aggiunge un grado di libertà che avvicina ulteriormente il laminato ai materiali lapidei o lignei massivi, pur mantenendo vantaggi prestazionali specifici.</p>
<p><strong>Le lavorazioni speciali completano il ventaglio di possibilità tecniche: </strong></p>
<ul>
<li>la post-formatura permette di curvare laminati sottili (0,6-0,9 mm) utilizzando impregnazioni specifiche che conferiscono flessibilità al materiale cotto</li>
<li>il pre-forming prevede la termoformatura del supporto prima dell&#8217;applicazione del laminato</li>
<li>il folding consente piegature ad angolo vivo asportando materiale sul retro del pannello nella zona di piega.</li>
</ul>
<p>Queste tecniche richiedono competenze specifiche e collaborazione stretta tra progettista e applicatore, ma ampliano enormemente le possibilità formali: elementi tridimensionali complessi, rivestimenti continui su superfici articolate, mobili dove il laminato non si limita a rivestire piani ma diventa pelle continua che definisce volumi. La limitazione principale rimane la necessità di applicare il laminato su un supporto strutturale (pannelli di particelle, MDF, compensato, alluminio) che garantisca la stabilità dimensionale dell&#8217;insieme.</p>
<h2><strong>Certificazioni, normative e ambiti applicativi specialistici</strong></h2>
<p>La complessità normativa che governa l&#8217;utilizzo dei materiali in architettura richiede sistemi certificativi articolati che attestino prestazioni specifiche in relazione ai diversi ambiti applicativi. Per i laminati ad alta pressione, la norma europea di riferimento è la <strong>UNI EN 438-1:2016 </strong>che definisce caratteristiche prestazionali, metodi di prova e classificazioni.</p>
<p>Le certificazioni di reazione al fuoco risultano cruciali per applicazioni in ambienti pubblici, mezzi di trasporto, strutture ricettive. I laminati possono raggiungere classi di reazione al fuoco elevate (Euroclass B-s1, d0) utilizzando carte e resine ignifughe, permettendo l&#8217;utilizzo in corridoi di evacuazione, scale, ambienti affollati dove le normative impongono materiali non combustibili o a combustione limitata. La <strong>certificazione IMO-MED</strong> (International Maritime Organization &#8211; Marine Equipment Directive) attesta l&#8217;idoneità per applicazioni navali, settore dove i requisiti di sicurezza antincendio risultano particolarmente severi.</p>
<p>Per il <strong>settore ferroviario</strong> esistono normative specifiche (UNI EN 45545) che regolamentano la reazione al fuoco e l&#8217;emissione di fumi tossici dei materiali utilizzati nei rotabili. I laminati certificati per questo settore vengono utilizzati massicciamente in treni, metropolitane, tram per rivestire pareti, soffitti, tavoli, banconi bar. Il<strong> settore nautico, sia nel cruise sia nello yachting</strong>, rappresenta un ambito applicativo in forte crescita. Tradizionalmente questi ambienti utilizzavano legni pregiati o resine, ma l&#8217;avvento del charter settimanale ha richiesto materiali con maggiore resistenza all&#8217;usura e facilità di manutenzione. Il laminato, capace di imitare fedelmente essenze lignee pregiate ma con prestazioni superiori in termini di resistenza all&#8217;umidità, alle macchie e all&#8217;abrasione, si è imposto come soluzione ottimale.</p>
<p>Gli<strong> ambienti commerciali</strong> (negozi, ristoranti, hotel, aeroporti, stazioni) sfruttano la possibilità di realizzare superfici personalizzate che comunicano l&#8217;identità del brand attraverso colori, pattern, texture specifiche. La durabilità e la facilità di pulizia risultano fondamentali in contesti ad alto traffico dove l&#8217;aspetto estetico deve mantenersi inalterato nel tempo. Settori particolari come le piste da bowling, i tavoli da ping-pong, i parchi gioco utilizzano laminati tecnici sviluppati per rispondere a sollecitazioni meccaniche specifiche.</p>
<h2><strong>Le superfici come territorio di ricerca permanente</strong></h2>
<p>La vicenda storica e tecnica delle superfici laminate racconta una traiettoria che va ben oltre l&#8217;evoluzione di un prodotto industriale, investendo questioni culturali profonde sul significato dell&#8217;artificialità, sul rapporto tra funzione e comunicazione, sulla democratizzazione dell&#8217;accesso a strumenti espressivi un tempo riservati a élite produttive. Memphis ha insegnato che la pelle degli oggetti non è accessorio ma sostanza, che una superficie può contenere più significato di una struttura complessa, che il valore percepito di un prodotto dipende più da come appare che da cosa nasconde. Le tecnologie digitali contemporanee hanno trasformato questa intuizione in possibilità operativa concreta: <strong>ogni progettista può disegnare la propria superficie personalizzata, vedersela prodotta in quantità minime, applicarla a progetti specifici creando identità uniche</strong>. Questa democratizzazione non ha però banalizzato il materiale, ma ne ha ampliato le possibilità espressive moltiplicando i linguaggi e le applicazioni. Dai treni alle cucine, dalle facciate ventilate agli yacht, dai banconi commerciali ai tavoli domestici, il laminato ha colonizzato praticamente ogni ambito dell&#8217;abitare contemporaneo mantenendo sempre quella duplice natura di materiale tecnico prestazionale e di supporto comunicativo.</p>
</div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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			</item>
		<item>
		<title>Il colore: un potente strumento progettuale nel design d&#8217;interni</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/il-colore-un-potente-strumento-progettuale-nel-design-dinterni/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-colore-un-potente-strumento-progettuale-nel-design-dinterni</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 15:17:44 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://archiformazione.it/?post_type=portfolio&#038;p=420971</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per decenni il colore è stato relegato a una dimensione decorativa, quasi accessoria, una scelta finale da compiere dopo aver definito tutti gli elementi strutturali e funzionali del progetto. Questa visione riduttiva ha prodotto una progressiva "desaturazione cromatica" della progettazione contemporanea, posizionando l'interior design in una comfort zone fatta di neutri rassicuranti. </p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/il-colore-un-potente-strumento-progettuale-nel-design-dinterni/">Il colore: un potente strumento progettuale nel design d&#8217;interni</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-6"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Eppure la storia dell&#8217;architettura e del design racconta una storia diversa. Fino a un secolo fa, i costi elevatissimi dei pigmenti rendevano il colore un privilegio riservato alle élite. È negli anni Cinquanta che la rivoluzione industriale chimica democratizza il colore sviluppando pigmenti sintetici e apre la produzione industriale a infinite possibilità espressive, che raggiungono il loro apice negli anni Sessanta e Settanta. Oggi assistiamo a un graduale ritorno del colore nella progettazione di interni, ma questo ritorno richiede consapevolezza metodologica.</p>
<h2><strong>Il colore come strumento trasformativo: le quattro dimensioni dell&#8217;intervento cromatico</strong></h2>
<p>Il colore agisce contemporaneamente su quattro livelli che intersecano la progettazione architettonica.</p>
<p><strong>Rigenera e valorizza ambienti spenti privi di carattere, conferendo identità e qualità percettiva</strong>. Quando si entra in una stanza appena ritinteggiata la sensazione di trasformazione è immediata proprio perché il colore viene applicato su superfici molto estese che hanno peso nella composizione visiva complessiva.</p>
<p><strong>Influenza lo stato d&#8217;animo e il benessere psicofisico stimolando, rilassando, trasmettendo energia o serenità.</strong> Questo è un fenomeno scientificamente riconosciuto: il colore agisce sulle emozioni attraverso lunghezze d&#8217;onda specifiche che vengono captate dall&#8217;occhio e processate dal cervello generando risposte fisiologiche misurabili. La cromoterapia viene utilizzata in ambito clinico proprio perché queste reazioni sono oggettivamente documentabili.</p>
<p><strong>Altera la percezione dello spazio modificando volumi e proporzioni. </strong>Alcuni colori avvicinano visivamente le superfici, altri le allontanano, e questa proprietà può essere sfruttata per correggere difetti dimensionali o enfatizzare qualità spaziali. Ad esempio, un soffitto troppo alto può essere visivamente abbassato colorandolo di una tonalità scura mentre le pareti restano chiare.</p>
<p><strong>Incide sulla percezione ambientale creando comfort, atmosfera e anche sensazione termica.</strong> La distinzione tra colori caldi e freddi non è solo convenzione, ma corrisponde a reazioni percettive reali. Saper contestualizzare la scelta cromatica considerando destinazione d&#8217;uso, localizzazione geografica, stagionalità dell&#8217;utilizzo diventa fondamentale per evitare errori che trasformano una scelta tecnicamente corretta in un fallimento percettivo.</p>
<h2><strong>La psicologia del colore: reazioni fisiologiche e reazioni culturali</strong></h2>
<p>Comprendere come i colori vengono percepiti e quali emozioni suscitano richiede di distinguere tra reazioni fisiologiche universali e reazioni culturali apprese. Le prime derivano dalle caratteristiche fisiche della luce e dalla fisiologia dell&#8217;occhio umano, restando sostanzialmente costanti tra culture diverse. Le seconde dipendono da condizionamenti sociali, tradizioni, mode e possono variare radicalmente tra contesti geografici e temporali.</p>
<p>Il <strong>rosso</strong> appartiene alle lunghezze d&#8217;onda più lunghe dello spettro visibile, richiedendo maggiore attivazione fisiologica per essere percepito. Trasmette passione, energia, vitalità e velocità, ma nelle tonalità più scure evoca lusso, regalità e classicismo. A livello percettivo avvicina molto gli oggetti: una parete rossa sembra più vicina di quanto effettivamente sia, proprietà utilizzabile per creare intimità o per definire punti focali che emergono prepotentemente nella composizione. Tuttavia il rosso presenta anche criticità: è uno dei colori più polarizzanti, amato o odiato senza vie di mezzo. Test condotti su ampi campioni di popolazione mostrano che mentre il blu risulta il colore più universalmente apprezzato, rosso e giallo sono tra i più divisivi. L&#8217;utilizzo del rosso richiede quindi particolare attenzione al contesto e al destinatario.</p>
<p>Il <strong>giallo</strong> evoca gioia, ottimismo, vitalità e soprattutto luce. Ha effetto simultaneamente stimolante e accogliente. La scelta del giallo per i taxi non fu casuale: John Hertz, fondatore della Yellow Cab Company a Chicago nei primi del Novecento, selezionò questo colore perché visibile anche in condizioni di scarsa visibilità. In eccesso però può risultare faticoso, soprattutto in ambienti in cui si vive per molte ore al giorno.</p>
<p>Il <strong>verde </strong>presenta caratteristiche ibride: essendo ottenuto dalla mescolanza di blu (freddo) e giallo (caldo) possiede entrambe le anime. Richiama natura, equilibrio e armonia, favorisce equilibrio psicofisico e percezione di benessere, ma le sue caratteristiche variano di tonalità in tonalità. Il <strong>nero</strong> evoca mistero, notte, silenzio e, in molte culture, lutto e trascendenza, ma nel design e nella moda comunica raffinatezza e rigore. Definisce struttura e spazio con forza visiva prepotente e richiede un’attenta contestualizzazione.</p>
<h2><strong>Il problema del bianco: né neutro né universale</strong></h2>
<p>Probabilmente il bianco è il colore più frainteso e abusato nella progettazione contemporanea, come ben riassumono alcune convinzioni errate che circolano diffusamente: &#8220;il bianco non stanca&#8221;, &#8220;il bianco funziona ovunque&#8221;, &#8220;il bianco va con tutto&#8221;, &#8220;il bianco è bianco&#8221;. Il bianco <strong>non è una scelta neutra ma un colore a tutti gli effetti</strong>, che produce conseguenze progettuali precise. Ogni azienda produttrice di vernici offre decine di bianchi diversi proprio perché servono tutti: in una palette di cento colori, sessanta sono tipicamente bianchi con sottotoni differenti. Più luce c&#8217;è, più emergono i sottotoni.</p>
<p>Il bianco funziona benissimo in contesti specifici: ambienti con architetture eccezionali dove toglie ogni distrazione e valorizza le forme (volte, nicchie, irregolarità strutturali interessanti); spazi con altezze importanti e luminosità abbondante dove enfatizza dimensione e luce; interni dove si vuole creare massima semplicità ed essenzialità. Ma in stanze di dimensioni standard, poco caratterizzate architettonicamente, il bianco rischia di impoverire ulteriormente creando sensazione di vuoto e mancanza di identità. Inoltre, il bianco annulla la cornice concentrando tutto il focus sui dettagli: finiture imperfette e materiali di bassa qualità emergono prepotentemente in ambienti bianchi, mentre in contesti colorati passerebbero inosservati.</p>
<h2><strong>Progettare con il colore in relazione allo spazio: dimensioni, proporzioni e luce</strong></h2>
<p>Quando si progetta il colore occorre considerare simultaneamente dimensioni e proporzioni dello spazio, luce naturale e artificiale, arredi e colori già presenti, flusso tra ambienti adiacenti. La regola base su dimensioni e proporzioni è apparentemente semplice: i colori chiari allargano, i colori scuri restringono. Ma questa regola va contestualizzata comprendendo che<strong> l&#8217;occhio legge sempre i colori in relazione reciproca</strong>. Per stanze troppo alte con soffitto schiacciante, colorare il soffitto di tonalità scura mentre le pareti restano chiare abbassa visivamente la quota riequilibrando le proporzioni. Nei corridoi o ambienti di passaggio stretti, colorare intensamente le pareti e abbassare cromaticamente il soffitto sacrifica intenzionalmente lo spazio di transizione per ottenere che gli ambienti principali appaiano più ampi, luminosi e confortevoli.</p>
<p>La luce naturale determina radicalmente come percepiamo i colori. Una stanza esposta a est riceve luce mattutina, che valorizza i toni pastello. Una stanza esposta a ovest riceve luce del tramonto calda e dorata, valorizzando terracotta, arancio, marrone e beige. L&#8217;esposizione a sud offre luce abbondante tutto il giorno permettendo praticamente qualsiasi scelta cromatica. L&#8217;esposizione a nord produce luce fredda e scarsa, penalizzando fortemente il bianco e suggerendo tonalità medie che aggiungono colore e atmosfera.</p>
<h2><strong>Creare il flusso: il colore come elemento di continuità tra ambienti</strong></h2>
<p>Creare flusso cromatico significa progettare dialoghi tra stanze contigue evitando shock visivi nel passaggio. Le strategie principali sono tre:</p>
<p><strong>anticipare visivamente</strong>, ovvero introdurre in un ambiente elementi cromatici che diverranno dominanti nell&#8217;ambiente successivo</p>
<p><strong>individuare fil rouge costanti</strong>, ovvero scegliere elementi che mantengono lo stesso colore in tutte le stanze: battiscopa, cornici di soffitto, serramenti, soffitti stessi</p>
<p><strong>condurre lo sguardo</strong>, ovvero utilizzare il colore per guidare visivamente verso o da determinati punti.</p>
<p>Il colore non è solo una questione estetica ma uno strumento trasformativo, quasi strutturale, che può modificare volumi e proporzioni, influenzare lo stato d&#8217;animo e il benessere psicofisico, creare continuità o rotture intenzionali, valorizzare architetture eccezionali o risolvere criticità dimensionali. Il punto non è usare o non usare il colore, ma imparare a utilizzarlo in modo consapevole.</p>
</div><div class="uncode-accordion wpb_accordion wpb_content_element  plus-signed sign-size-md default-typography no-content-border" data-collapsible="no" data-target="" data-active-tab="99" >
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<div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1679994657" href="#6c17089b-5037-5"><span>Come testare correttamente i colori prima di applicarli su pareti e superfici?</span></a></h4></div><div id="6c17089b-5037-5" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Scegliere il colore guardando un campione di due centimetri sotto luce artificiale in negozio o consultando palette NCS e RAL su catalogo è garanzia di errore progettuale. Il colore percepito su un tassello minuscolo appare completamente diverso quando applicato su pareti illuminate da luce naturale.</p>
<p><strong>Metodologia corretta di test cromatico</strong></p>
<p>La procedura professionale richiede di non partire mai dal bianco o dai colori neutri, ma iniziare sempre dall&#8217;elemento più scuro o più saturo presente nello spazio (pavimento, arredo principale, carta da parati, piastrelle). Il colore più scuro risulta più facile da percepire correttamente anche su campioni ridotti. Una volta identificato questo elemento cromatico dominante, si procede accostando i campioni dei colori candidati direttamente a contatto con l&#8217;elemento di riferimento, osservando come interagiscono cromaticamente. Fondamentale testare i campioni nell&#8217;ambiente effettivo di destinazione, perché l&#8217;orientamento della stanza modifica radicalmente la percezione cromatica. Richiedere sempre campioni di dimensioni generose (almeno 30&#215;30 cm) e osservarli in diverse condizioni di illuminazione: mattina, pomeriggio, sera con luce artificiale accesa. I bianchi in particolare vanno scelti per ultimi dopo aver definito tutti gli altri elementi cromatici, perché solo osservandoli a contatto con gli altri colori si identifica quale sottotono valorizza meglio la composizione complessiva.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1679994657" href="#1752069937-2-64"><span>Quali sono i sistemi di codifica colore professionale?</span></a></h4></div><div id="1752069937-2-64" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>I sistemi di codifica colore standardizzati NCS, RAL e Pantone permettono di comunicare con precisione assoluta una scelta cromatica a fornitori, artigiani, produttori ed esecutori, eliminando le ambiguità interpretative delle descrizioni verbali.</p>
<p><strong>Caratteristiche e applicazioni dei principali sistemi</strong></p>
<p>Il sistema NCS (Natural Color System), sviluppato in Svezia, si basa sulla percezione visiva umana dei colori e utilizza una notazione che indica la percentuale di nero, bianco e la tonalità cromatica pura. È particolarmente diffuso in architettura e interior design nei paesi nordeuropei e viene utilizzato principalmente per vernici e finiture murali. Il sistema RAL (Reichs-Ausschuss für Lieferbedingungen), nato in Germania negli anni Venti, utilizza codici numerici a quattro cifre che identificano univocamente ogni colore del catalogo. Viene utilizzato prevalentemente in ambito industriale, per serramenti, carpenteria metallica, elementi prefabbricati. Il sistema Pantone, nato negli Stati Uniti per l&#8217;industria grafica, utilizza codici alfanumerici e viene impiegato principalmente per tessuti, carta, packaging, elementi grafici. Nell&#8217;interior design il Pantone trova applicazione nella scelta di tessuti per tappezzeria, tende, biancheria, mentre per le pareti si preferisce NCS o codici proprietari delle aziende produttrici di vernici. Importante: quando si specifica un colore in un progetto esecutivo o in una relazione tecnica, indicare sempre il sistema di riferimento e il codice completo (es: &#8220;NCS S 2020-B10G&#8221; oppure &#8220;RAL 6034&#8221;), allegando possibilmente anche il campione fisico. Nelle specifiche tecniche per gare d&#8217;appalto, l&#8217;indicazione del codice colore standardizzato costituisce parte integrante della descrizione prestazionale del materiale, vincolante contrattualmente. Le aziende produttrici di vernici offrono solitamente corrispondenze tra i propri codici proprietari e i sistemi standard NCS/RAL, facilitando la traduzione del progetto in fornitura effettiva.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1679994657" href="#1752072203317-2-6"><span>Quali sono gli schemi del cerchio di Itten?</span></a></h4></div><div id="1752072203317-2-6" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il cerchio cromatico di Johannes Itten costituisce lo strumento metodologico fondamentale per progettare il colore negli interni in modo razionale e replicabile. Sviluppato da Itten, pittore, scultore e teorico del colore svizzero esponente della Bauhaus, il cerchio classifica i colori in primari (giallo, blu, rosso), secondari (arancio, verde, viola ottenuti mescolando due primari) e terziari (gradazioni intermedie), riflettendo fedelmente lo spettro dell&#8217;arcobaleno con le progressive lunghezze d&#8217;onda.</p>
<p><strong>Schema monocromatico: armonia intrinseca</strong></p>
<p>Lo schema monocromatico utilizza varianti chiare e scure di un unico colore, funzionando per armonia intrinseca: tutti i toni appartengono alla stessa famiglia cromatica quindi si fondono naturalmente senza conflitti visivi. Non essendoci elementi di contrasto, questo schema richiede particolare ricchezza di texture e materiali per evitare appiattimento.</p>
<p><strong>Schema analogo: transizioni morbide tra colori vicini</strong></p>
<p>Lo schema analogo utilizza colori adiacenti sul cerchio cromatico, come blu-verde-azzurro oppure rosso-arancio-giallo. Crea transizioni morbide e armoniose risultando visivamente riposante, ideale per ambienti dove si ricerca serenità, continuità e rilassamento.</p>
<p><strong>Schema complementare: massimo contrasto e vitalità visiva</strong></p>
<p>Lo schema complementare accosta colori diametralmente opposti: rosso-verde, giallo-viola, blu-arancio. I colori complementari si bilanciano reciprocamente perché uno valorizza l&#8217;altro creando massimo contrasto e massima vitalità visiva. È lo schema più energico, ma richiede attenzione alle proporzioni per ottenere un risultato bilanciato.</p>
<p><strong>Schema complementare disgiunto: armonia e contrasto</strong></p>
<p>È il più sofisticato tra gli schemi: si scelgono due o più colori analoghi più uno complementare dalla parte opposta, strategia che crea simultaneamente armonia nei colori analoghi e contrasto col complementare.</p>
<p><strong>Schema triadico: equilibrio tra colori equidistanti</strong></p>
<p>La triade utilizza tre colori equidistanti sul cerchio cromatico, tipicamente rosso-giallo-blu oppure arancio-verde-viola. Crea contrasto evidente ma meno violento rispetto allo schema complementare e richiede gerarchizzazione netta delle proporzioni.</p>
</div></div></div></div>
		</div></div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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		<title>Inclusive yacht design: progettare imbarcazioni accessibili nel paradigma del design for all</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/inclusive-yacht-design-progettare-imbarcazioni-accessibili-nel-paradigma-del-design-for-all/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=inclusive-yacht-design-progettare-imbarcazioni-accessibili-nel-paradigma-del-design-for-all</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 11:04:58 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://archiformazione.it/?post_type=portfolio&#038;p=405080</guid>

					<description><![CDATA[<p>Perché continuare a negare a una fetta significativa della popolazione la possibilità di vivere esperienze nautiche, quando le soluzioni tecniche esistono e non richiedono stravolgimenti radicali? </p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/inclusive-yacht-design-progettare-imbarcazioni-accessibili-nel-paradigma-del-design-for-all/">Inclusive yacht design: progettare imbarcazioni accessibili nel paradigma del design for all</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-8"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Il mare come diritto universale, non come privilegio riservato a pochi. Questa affermazione, apparentemente scontata, nasconde una realtà scomoda: il 99% delle imbarcazioni a vela naviganti oggi nel mondo è inaccessibile per persone con disabilità motorie. Il seminario &#8220;Inclusive yacht design&#8221; organizzato dall&#8217;Ordine degli Architetti della provincia di Udine, in occasione della Fiera di Nautilia ad Aprilia Marittima, esplora proprio questo tema introducendo il concetto di design for all nel settore nautico. Non si tratta di creare imbarcazioni &#8220;per disabili&#8221;, ma di progettare spazi nautici per tutti, dove le soluzioni pensate per chi ha maggiori necessità diventano migliorative per l&#8217;intera utenza.</p>
<h2><strong>Il paradigma dell&#8217;inaccessibilità: anatomia degli ostacoli</strong></h2>
<p>L&#8217;inaccessibilità delle imbarcazioni è il risultato di una catena di scelte progettuali che iniziano prima ancora di salire a bordo. La <strong>passerella di imbarco</strong> rappresenta il primo ostacolo: stretta, spesso non più di 40 centimetri, priva di corrimano adeguati e instabile, costituisce una barriera psicologica e fisica anche per persone senza particolari difficoltà. Chi soffre di vertigini, chi ha problemi di equilibrio, chi semplicemente teme di cadere in acqua affronta già questa prima sfida con ansia. Una volta superata la passerella, <strong>l&#8217;ingresso in barca </strong>presenta ulteriori criticità. Fino a qualche decennio fa le imbarcazioni avevano poppe completamente chiuse, le imbarcazioni moderne con poppa aperta hanno migliorato la situazione, ma il pozzetto, lo spazio dove si svolgono le manovre di governo e dove si trova il salottino esterno, rimane caratterizzato dall&#8217;assenza di regole dimensionali. Tavolini fissi tra le panche, distanze non standardizzate, percorsi obbligati che richiedono acrobazie anche a persone normodotate.</p>
<p>Il massimo dell&#8217;inaccessibilità si verifica quando è il momento di <strong>scendere sottocoperta</strong>. La scala, ripidissima, rappresenta una sfida durante la navigazione con barca inclinata e onde. <strong>Gli interni sono progettati secondo una logica paradossale</strong>: massimizzare il numero di cabine e bagni a discapito degli spazi di movimento. La scala è ripida, i passaggi tra le cabine non superano i 40-50 centimetri, i bagni sono la risultante di quello che resta dopo la collocazione delle cabine. I letti rappresentano un&#8217;altra criticità: per guadagnare larghezza in una carena che si restringe, il materasso viene sollevato anche a un metro di altezza dal calpestio. I bagni, integrati nel pavimento con docce che coincidono con lo spazio dove ci si ferma per lavarsi o sedersi, i sanitari progettati in dimensioni ridotte per sfruttare al massimo la larghezza dello scafo. Le cucine variano di forma a seconda dello spazio residuo, i frigoriferi sono a pozzetto perché non c&#8217;è spazio per frigoriferi a colonna.</p>
<p>La domanda che emerge osservando questa situazione è: perché? La risposta risiede in quella che potremmo definire la &#8220;regola d&#8217;oro&#8221; del settore nautico: più roba riesco a mettere dentro più il cliente sarà soddisfatto. Questo approccio spinge cantieri e progettisti a sacrificare la vivibilità. Un&#8217;imbarcazione di 28 metri con quattro cabine e quattro bagni, dove ogni cabina è più piccola di una stanza d&#8217;albergo di ultima categoria, con il letto circondato da pareti a 45-50 centimetri, viene considerata più appetibile di un&#8217;imbarcazione con due cabine spaziose, luminose e confortevoli. Questa logica commerciale si autoalimenta: i cantieri affermano che &#8220;c&#8217;è domanda&#8221; per imbarcazioni stipate, ma la domanda è indotta dall&#8217;offerta disponibile. Non esistendo alternative, il mercato si assesta su questi standard.</p>
<h2><strong>I principi della progettazione accessibile: universal design applicato alla nautica</strong></h2>
<p>Progettare un&#8217;imbarcazione accessibile non significa creare un oggetto &#8220;per disabili&#8221; ma applicare i principi del design for all, dove le soluzioni pensate per l&#8217;utenza con maggiori necessità si rivelano migliorative per tutti. Il primo principio è dimensionare tutto per la massima richiesta dimensionale, che coincide con la carrozzina. Se una passerella funziona per una carrozzina, funziona perfettamente per una signora con tacchi, per una persona con valigia, per bambini, per anziani.</p>
<p>La <strong>passerella accessibile </strong>è larga 80 centimetri anziché 40, ha barriere anticaduta laterali e corrimano. Realizzata in carbonio, pesa 4-8 chilogrammi, facilmente posizionabile e rimovibile. Non è un dispositivo speciale ma una normale passarella sovradimensionata. La <strong>poppa aperta</strong> rappresenta la seconda caratteristica fondamentale: uno spazio sgombro da attrezzature, facilmente accessibile, che già oggi viene progettato nelle imbarcazioni moderne per ragioni estetiche ma che acquisisce valore funzionale enorme per l&#8217;accessibilità. Il <strong>pozzetto </strong>deve avere passaggi di almeno 80 centimetri, le ruote del timone distanziate per permettere il transito centrale della carrozzina, o meglio ancora timoni senza razze con meccanismi sotto il calpestio. Questo accorgimento, sperimentato fin dal 2001, permette alla carrozzina di passare attraverso il cerchio del timone senza ostacoli. I <strong>mancorrenti</strong> strategici, non per aggrapparsi disperatamente ma per garantire stabilità durante la navigazione, completano la dotazione di coperta.</p>
<p>Per l&#8217;accesso sottocoperta, il tambuccio deve essere sovradimensionato con sistema di apertura laterale anziché verso prua. Le scale vanno sostituite con rampe, non certamente con pendenza dell&#8217;8% come nell&#8217;edilizia civile, ma con pendenze gestibili attraverso verricelli sotto calpestio che agganciano la carrozzina e la portano su e giù dolcemente. Chi è in carrozzina comanda il proprio movimento, mantenendo autonomia e dignità, molto più importante che essere preso in braccio o calato con gru.</p>
<p>Gli interni richiedono passaggi larghi, niente sedute fisse ingombranti ma poltrone rimovibili, cucine con almeno una postazione libera per permettere l&#8217;accesso frontale, letti ad altezza standard del calpestio, bagni con celle allargate dove la porta si blocca sul montante frontale anziché laterale, raddoppiando così lo spazio disponibile. Tutto questo è possibile rinunciando a una cabina su tre, a un bagno su due, creando spazi vivibili anziché stipati.</p>
<h2><strong>Tecnologie e materiali: l&#8217;innovazione al servizio dell&#8217;inclusione</strong></h2>
<p>I materiali contemporanei permettono soluzioni impensabili fino a pochi anni fa. Il carbonio, pur non essendo sostenibile, consente di realizzare strutture leggerissime e resistentissime. Si stanno sviluppando materiali ecosostenibili simili al carbonio, non così strutturalmente efficienti ma comunque di ottima resa e totalmente riciclabili nel processo produttivo. Una passerella in carbonio di 80 centimetri per 3-4 metri pesa pochissimo, facilmente gestibile anche da una sola persona.</p>
<p>I <strong>dispositivi di movimentazione</strong> non richiedono invenzioni: esistono in commercio attrezzature per sollevare tender negli yacht che possono essere adattate per carrozzine. L&#8217;importante è utilizzare tutto ciò che esiste, evitando di inventare dispositivi speciali che farebbero lievitare i costi. Gli elevatori per disabili, già prodotti per il mercato automobilistico, possono essere integrati in vasche di contenimento standardizzate. Il concetto di standardizzazione è fondamentale: se tutte le imbarcazioni di una certa categoria avessero alloggiamenti standardizzati per elevatori, il dispositivo potrebbe essere trasferito da una barca all&#8217;altra, come avviene per i dispositivi delle automobili.</p>
<p>La tecnologia elettronica offre ulteriori possibilità. <strong>Sistemi di stabilizzazione con bascule comandate da sensori</strong> che rilevano secondo per secondo l&#8217;inclinazione dell&#8217;imbarcazione e compensano automaticamente, permettendo a chi è in carrozzina di rimanere verticale anche con barca sbandata. Sensori, attuatori e sistemi di controllo rappresentano tecnologie consolidate nel settore aerospaziale e automotive: applicarle alla nautica accessibile richiederebbe semplice ingegnerizzazione.</p>
<h2><strong>L&#8217;ecosistema dell&#8217;accessibilità: dall&#8217;infrastruttura portuale alla barca</strong></h2>
<p>L&#8217;imbarcazione accessibile da sola non basta: serve un ecosistema completo. Il porto deve essere accessibile con parcheggi, rampe, servizi igienici adeguati, percorsi senza barriere. Il pontile di ormeggio rappresenta l&#8217;anello di congiunzione critico: occorrono pontili galleggianti stabili, pedane di imbarco/sbarco attrezzate. Inserire in ogni porto d&#8217;Italia almeno un posto barca accessibile, così come esistono posti auto per persone disabili, rappresenterebbe un cambio culturale significativo. Questi posti barca accessibili potrebbero consistere in piattaforme galleggianti con sistemi di sollevamento, simili a quelle usate per lavare vetri su edifici o per ristrutturazioni. Una piattaforma compatta con motore impermeabilizzato o collocato in colonnina esterna, che si apre quando arriva un&#8217;imbarcazione accessibile e si chiude ospitando imbarcazioni normali il resto del tempo. L&#8217;investimento è contenuto, la gestione semplice, l&#8217;impatto enorme per chi ha necessità.</p>
<h2><strong>Imbarcazioni accessibili: casi studio e progetti sperimentali</strong></h2>
<p>Diverse tipologie di imbarcazioni dimostrano che l&#8217;accessibilità nautica è concreta, non utopia. Le <strong>imbarcazioni Access 303 </strong>e<strong> Access 2.3</strong>, di origine australiana, rappresentano barche a vela semplificate per scuola vela e attività ludica. Lunghe circa 3 metri, stabili, con velatura avvolgibile per ridurre la superficie in caso di vento forte, ospitano persone sedute su pallets di sdraio. Sono dotate di accessori modulari: sedute particolari per rispondere alle diverse esigenze, sistemi di comando col fiato per chi ha limitazioni gravi agli arti. Si sono diffuse in Italia grazie a Lega Navale e altre associazioni, permettendo regate paralimpiche partecipate.</p>
<p>Il <strong>Neo 495 </strong>e l&#8217;<strong>RS Venture</strong>, imbarcazioni leggermente più grandi (circa 5 metri), ospitano equipaggi di due persone affiancate con sedute avvolgenti e basculanti. Tutte le manovre, regolazioni, comandi a portata di mano. Lo<strong> SKUD 18</strong>, con equipaggio disposto in tandem come su una moto, presenta sedili basculanti comandati con pulsante per mantenere il busto ortogonale alla superficie del mare durante la sbandamento. Le due levette di governo permettono la timoneria anche a chi ha amputazioni agli arti superiori, usando una sola leva.</p>
<p>Progetti sperimentali di imbarcazioni più grandi mostrano <strong>soluzioni innovative</strong>. Un 45 piedi (circa 14 metri) con timoneria senza razze, rampe interne con verricelli per discesa/salita autonoma, cabina e bagno accessibili. Un 77 piedi (23 metri) con passaggi laterali in leggera pendenza che abbracciano la tuga centrale, rampa interna che taglia longitudinalmente l&#8217;imbarcazione (lo spazio sottostante utilizzato per stoccaggio tecnico), spazi generosi sacrificando una cabina. Questi progetti, pubblicati e diffusi attraverso due libri editi da Springer, intendono trasferire possibilità alle nuove generazioni di progettisti, non essere progetti conclusivi. L&#8217;<strong>Impossible Dream</strong>, catamarano statunitense accessibile, rappresenta un approccio radicale: progettazione esclusiva per persone in carrozzina, con altezze interne bassissime (chi sta in piedi deve rimanere piegato), cabine, servizi, percorsi dimensionati sulla carrozzina. È l&#8217;opposto del design for all, una scelta specifica per un&#8217;utenza precisa, che dimostra come sia possibile progettare spazi complessi completamente accessibili.</p>
<h2><strong>Barriere culturali e leve per il cambiamento</strong></h2>
<p>Le barriere principali all&#8217;accessibilità nautica non sono tecniche ma culturali ed economiche. Dal lato dei cantieri, la domanda ricorrente &#8220;ma c&#8217;è mercato?&#8221; si scontra con l&#8217;assenza di offerta che preclude la formazione della domanda. Dal lato normativo, manca una regolamentazione governativa che stabilisca standard minimi di accessibilità per imbarcazioni da diporto sotto i 24 metri (al di sopra, essendo navi, esistono già norme più specifiche). Dal lato culturale, occorre smettere di parlare di &#8220;barche per disabili&#8221; e iniziare a parlare di &#8220;barche per tutti&#8221;. Il linguaggio non è accessorio: la denominazione crea categorizzazione e stigma. Una barca accessibile è semplicemente una barca meglio progettata, dove soluzioni pensate per necessità maggiori si rivelano comode per tutti. La passerella larga è più sicura per chiunque, gli spazi generosi più vivibili, i passaggi ampi più funzionali. Il paradigma deve cambiare: non creare una categoria separata ma elevare gli standard di tutta la categoria.</p>
<p>Un dato demografico impone una riflessione: <strong>nel 2050 ci saranno due miliardi di persone con disabilità nel mondo</strong>. Non tutte potranno o vorranno andare per mare, ma una percentuale significativa sì. Sono persone che lavorano, hanno vite normali, possono permettersi una crociera settimanale o stagionale. Non è filantropia sociale ma semplicemente aprire un mercato enorme attualmente inesplorato. E se anche non fosse redditizio economicamente, resta una questione di civiltà: l&#8217;accessibilità è un diritto, il mare è un bene comune, negare a intere categorie di persone la possibilità di viverlo significa non essere una società pienamente civile</p>
</div><div class="uncode-accordion wpb_accordion wpb_content_element  plus-signed sign-size-md default-typography no-content-border" data-collapsible="no" data-target="" data-active-tab="99" >
		<div class="panel-group wpb_wrapper wpb_accordion_wrapper" id="accordion_1106395226" data-no-toggle="">

<div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1106395226" href="#6c17089b-5037-5"><span>Quali sono le principali differenze progettuali tra un'imbarcazione tradizionale e una accessibile?</span></a></h4></div><div id="6c17089b-5037-5" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Le differenze fondamentali riguardano dimensionamento degli spazi e accessi. Un&#8217;imbarcazione accessibile presenta: passerelle di imbarco larghe 80 cm anziché 40 cm con corrimano e barriere anticaduta; poppa aperta con spazio sgombro da attrezzature; passaggi in pozzetto e sottocoperta di minimo 80 cm (anziché 40-50 cm); timoni distanziati o senza razze per permettere transito centrale; tambuccio (apertura sottocoperta) sovradimensionato; rampe con verricelli anziché scale ripide per accesso sottocoperta; interni con minor numero di cabine ma spazi più generosi (esempio: due cabine anziché tre in una 18 metri); letti ad altezza normale del calpestio senza gradini; bagni allargati con porte scorrevoli o sistemi di espansione dello spazio; cucine con almeno una postazione accessibile frontalmente. Fondamentale: applicare principi ergonomici per utenza con maggiori necessità, che si rivelano migliorativi per tutti.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1106395226" href="#1752069937-2-64"><span>Quali materiali e tecnologie facilitano la realizzazione di imbarcazioni accessibili?</span></a></h4></div><div id="1752069937-2-64" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il carbonio permette di realizzare strutture leggerissime e resistenti (passerelle 80 cm×3-4 m, peso 4-8 kg), facilmente movimentabili. Si stanno sviluppando materiali ecosostenibili simili al carbonio, meno performanti ma riciclabili. Fondamentale: utilizzare attrezzature esistenti in commercio anziché inventare dispositivi speciali. Gruette per tender già usate negli yacht possono movimentare carrozzine. Elevatori del settore automobilistico possono integrarsi in vasche di contenimento standardizzate nelle imbarcazioni (concetto: trasferire il dispositivo da barca a barca come si fa con le auto, non comprarlo due volte). Verricelli sottocoperta per rampe sono tecnologie consolidate. Sistemi elettronici di stabilizzazione con bascule comandate da sensori che compensano lo sbandamento costano sempre meno. La standardizzazione è chiave per contenere i costi: se tutti i cantieri adottassero dimensioni standard per alloggiamenti elevatori e dispositivi di aggancio, il costo unitario crollerebbe.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1106395226" href="#1752072203317-2-6"><span>Come si applica il principio del "design for all" alla progettazione nautica?</span></a></h4></div><div id="1752072203317-2-6" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il design for all significa progettare per l&#8217;utenza con maggiori necessità (dimensionalmente: la carrozzina), ottenendo soluzioni migliorative per tutti. Esempio pratico: una passerella di 80 cm funziona perfettamente per la carrozzina, ma anche per chiunque tema di cadere in acqua. Il timone senza razze permette il transito della carrozzina, ma offre anche design più pulito e moderno apprezzato da tutti. Spazi generosi (due cabine anziché tre) risultano più vivibili per chiunque. Il linguaggio è fondamentale: smettere di dire &#8220;barca per disabili&#8221; e dire &#8220;barca accessibile&#8221; o semplicemente &#8220;barca ben progettata&#8221;. La denominazione crea categorizzazione. L’obiettivo non è creare categoria separata ma elevare gli standard generali. Le imbarcazioni Access 303, Neo 495, SKUD 18 vengono utilizzate da equipaggi misti o completamente normodotati nelle regate proprio perchè ben progettate per tutti. Quando l&#8217;accessibilità è integrata nel design generale, non si percepisce come &#8220;speciale&#8221; ma come &#8220;normale e migliore&#8221;.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1106395226" href="#1752072228599-3-2"><span>Quali sono gli obblighi normativi per l'accessibilità nautica?</span></a></h4></div><div id="1752072228599-3-2" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Attualmente per imbarcazioni da diporto sotto 24 metri non esistono obblighi specifici di accessibilità (sopra 24 metri diventano navi con norme più stringenti). Manca una regolamentazione nazionale ed europea. Cambiamenti auspicabili: direttiva che renda obbligatoria o fortemente incentivata l’accessibilità almeno parziale (pozzetto e coperta) per nuove imbarcazioni sopra una certa dimensione (esempio: da 12-15 metri); obbligo di almeno un posto barca accessibile in ogni marina (analogo ai posti auto per disabili); standardizzazione dimensionale per alloggiamenti elevatori, dispositivi di aggancio, sistemi di movimentazione; finanziamenti europei dedicati con bandi specifici per ricerca e sviluppo nautico accessibile; recepimento principi Convenzione ONU diritti persone con disabilità anche per nautica da diporto. L&#8217;esempio del Friuli Venezia Giulia con mappatura completa dell’accessibilità costiera (Promo TurismoFVG + CRIBA, sito &#8220;Friuli Venezia Giulia per tutti&#8221;) dimostra che quando c&#8217;è volontà istituzionale si ottengono risultati concreti.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1106395226" href="#1752072249949-4-8"><span>Come si progetta l'ecosistema portuale accessibile?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-8" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>L&#8217;imbarcazione accessibile da sola non basta, serve un ecosistema che crei la catena dell&#8217;accessibilità: parcheggi dedicati con dimensioni adeguate e pavimentazione stabile; rampe con pendenze corrette da parcheggio a zona imbarco; servizi igienici accessibili; percorsi tattilo-plantari per ipovedenti; segnaletica comprensibile e multisensoriale; pontili galleggianti stabili rimovibili per eventi o stabili per attività continuative; piattaforme di imbarco/sbarco attrezzate con sistemi di sollevamento (similari a quelle per lavori edili su edifici), motore impermeabilizzato o in colonnina, apertura variabile per adattarsi a imbarcazioni diverse. Fondamentale: almeno un posto barca accessibile per marina, segnalato e prenotabile. Il CRIBA (Centro Ricerca e Documentazione Accessibilità) in Friuli Venezia Giulia offre consulenza gratuita per progettisti e privati su questi temi. Mappature dettagliate con votazioni di accessibilità aiutano gli utenti a scegliere consapevolmente.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1106395226" href="#1752072249949-4-85"><span>Quali sono i costi differenziali tra un'imbarcazione tradizionale e una accessibile?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-85" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Su imbarcazione unica custom, il sovracosto stimabile è di circa il 15-25% principalmente per: riduzione numero cabine (meno cabine significa più lavoro artigianale per ottimizzare gli spazi rimanenti), sistemi di movimentazione come elevatori e verricelli, modifiche strutturali per rampe interne, maggior attenzione progettuale. Su imbarcazioni serializzate, il sovracosto scenderebbe drasticamente grazie a: progettazione diluita su serie, standardizzazione componenti, economie di scala. Un confronto illuminante viene dal settore automotive, che ha integrato accessibilità (comandi modificati, sistemi caricamento carrozzina) con sovracosti del 5-10% su mezzi adattati, spesso scaricabili fiscalmente. La nautica potrebbe seguire lo stesso percorso.</p>
</div></div></div></div>
		</div></div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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</div><p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/inclusive-yacht-design-progettare-imbarcazioni-accessibili-nel-paradigma-del-design-for-all/">Inclusive yacht design: progettare imbarcazioni accessibili nel paradigma del design for all</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;arte del dettaglio: dal mosaico al megaprogetto nell&#8217;esperienza del designer Luca Dini</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/larte-del-dettaglio-dal-mosaico-al-megaprogetto-nellesperienza-del-designer-luca-dini/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=larte-del-dettaglio-dal-mosaico-al-megaprogetto-nellesperienza-del-designer-luca-dini</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2025 14:53:28 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://archiformazione.it/?post_type=portfolio&#038;p=398352</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il dettaglio viene spesso considerato un elemento marginale della progettazione, un'aggiunta finale che si applica a un'idea già compiuta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/larte-del-dettaglio-dal-mosaico-al-megaprogetto-nellesperienza-del-designer-luca-dini/">L&#8217;arte del dettaglio: dal mosaico al megaprogetto nell&#8217;esperienza del designer Luca Dini</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-10"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Eppure, come dimostra l&#8217;esperienza trentennale di Luca Dini, fondatore dello studio LUCA DINI Design &amp; Architecture con sede a Firenze, il dettaglio non è decorazione ma sostanza, non è accessorio ma essenza del progetto. Dalla progettazione di oltre cento mega yacht di lusso al master plan di un&#8217;intera isola in Arabia Saudita, l&#8217;approccio di Dini ribalta la gerarchia tradizionale: spesso il progetto non parte da una visione generale per poi scendere al particolare, ma nasce proprio da un materiale, da una texture, da una soluzione artigianale che diventa generatrice dell&#8217;intero organismo architettonico.</p>
<p>L&#8217;incontro organizzato dalla Fondazione Bisazza offre l&#8217;opportunità di esplorare questa filosofia progettuale che coniuga innovazione tecnologica e sapere artigianale, visione contemporanea e radici territoriali profonde, ambizione internazionale e fedeltà ai valori della tradizione manifatturiera italiana.</p>
<h2>La nautica come scuola del dettaglio</h2>
<p>Il percorso professionale di Luca Dini inizia nel mondo della nautica, la palestra perfetta per sviluppare un&#8217;attenzione maniacale al dettaglio. Come racconta egli stesso, chi acquista uno yacht da ottanta o centotrenta metri rinuncia consapevolmente alla metratura: con gli stessi investimenti potrebbe acquistare dieci volte i metri quadri in un contesto residenziale. La scelta di vivere in piccoli spazi richiede che quell&#8217;ambiente ristretto offra un&#8217;esperienza assolutamente unica, disegnata su misura, che giustifichi la rinuncia allo spazio. Questa esigenza ha forgiato un metodo progettuale dove ogni centimetro conta, dove la personalizzazione diventa totale, dove l&#8217;artigianalità e la cura dei materiali non sono optional ma necessità funzionale.</p>
<p>Nel 2016 il principe ereditario Mohammad bin Salman partecipa a una festa su uno yacht progettato da Dini. Il Sea Force One era stato concepito come esperienza, con quindici artisti contemporanei che realizzarono opere site-specific direttamente a bordo. Non opere acquistate e portate a bordo, ma create specificamente per quegli spazi, trasformando l&#8217;imbarcazione in un&#8217;installazione artistica navigante. Il principe ne rimane talmente colpito da voler conoscere il progettista. Dopo una serie di incontri surreali, nasce un rapporto professionale che porta prima alla progettazione di due yacht straordinari, poi al master plan dell&#8217;isola Sindalah all&#8217;interno del faraonico progetto Neom.</p>
<h2>Il mosaico come metafora progettuale</h2>
<p>La libertà di iniziare dal particolare per arrivare al generale richiede curiosità, apertura mentale, capacità di vedere potenzialità inedite nei materiali. La metafora del mosaico permea tutto l&#8217;approccio progettuale di Dini e rappresenta perfettamente la filosofia che guida il suo lavoro. Ogni tessera, presa singolarmente, appare piccola, unica, apparentemente insignificante. Ma quando viene posizionata accanto ad altre tessere, quando si inserisce in una visione generale, quella stessa tessera acquisisce un valore incredibile. Il master plan diventa letteralmente un mosaico dove ogni elemento costruito, ogni materiale, ogni dettaglio contribuisce a creare un&#8217;immagine complessiva armoniosa.</p>
<p>Questo approccio si traduce in una metodologia progettuale rovesciata: molti progetti non partono da un&#8217;idea generale per poi definire i materiali, ma nascono proprio da un materiale specifico che suggerisce l&#8217;intera architettura. <strong>Nel progetto dell&#8217;isola di Sindalah</strong>, ad esempio, ogni componente è stato studiato come tessera di un mosaico più ampio. Le colonne in quarzo retroilluminate diventano struttura portante e elemento scenografico. Il policarbonato che l&#8217;azienda Edra utilizza per realizzare poltrone e tavoli ispira le <strong>facciate trasparenti</strong> dei bungalow, trasformando un elemento di design d&#8217;interni in soluzione architettonica innovativa. Il <strong>mosaico di vetro</strong> realizzato dai vetrai di Ravenna riveste i soffitti di tutta la promenade. Quest&#8217;ultimo caso è particolarmente significativo: un prodotto artigianale pensato come quadro da appendere, presentato da giovani che realizzavano una formella al mese, è diventato rivestimento di migliaia di metri quadri grazie alla scommessa del committente e alla capacità di industrializzare un processo artigianale mantenendone la qualità. Un altro esempio illuminante è stata la collaborazione con un <strong>setificio del ‘700</strong> che produce trenta centimetri di tessuto al giorno utilizzando un orditoio disegnato da Leonardo da Vinci.</p>
<p><strong>L’artigianalità è diventata il vero lusso</strong>, superando l’idea di ostentazione: il lusso autentico è l&#8217;artigianalità, il fatto su misura, il pensato e creato appositamente per quella persona specifica. Oggi gli armatori più sofisticati chiedono yacht silenziosi per non disturbare gli altri al porto la mattina, materiali preziosi ma lavorati con eleganza. Richiedono l&#8217;esclusività della customizzazione totale, l&#8217;esperienza unica che solo l&#8217;intervento artigianale può garantire. In una cabina di venticinque metri quadri su uno yacht da centoquaranta metri con centootto persone di equipaggio per diciotto ospiti, ogni dettaglio deve essere perfetto: la cucitura della pelle, il colore del punto, la parallela del doppio punto richiedono mesi di studio con gli artigiani.</p>
<h2>Il valore della manualità nel processo creativo</h2>
<p>Nonostante la disponibilità di strumenti digitali avanzati, Dini mantiene una fedeltà assoluta al disegno manuale nelle fasi iniziali della progettazione. Tradurre direttamente al computer ciò che si ha in mente risulta impossibile: serve il passaggio attraverso la mano, la matita, il foglio. Il team si riunisce, disegna, confronta soluzioni con un metodo che ricorda gli anni Ottanta. Questa pratica viene talvolta derisa come approccio da &#8220;boomer&#8221;, ma il gusto che offre la progettazione manuale non può essere replicato dal programma digitale. Le moodboard, le tavole dove si accostano materiali, campioni, texture, colori, diventano quasi opere d&#8217;arte quando vengono fotografate. Ogni tessera presa singolarmente ha un suo valore, ma quando si combinano tutte insieme, esattamente come fa Bisazza con i mosaici, l&#8217;insieme diventa armonioso e superiore alla somma delle parti. Il processo di selezione e accostamento dei materiali non è decorazione finale ma parte integrante della concezione progettuale.</p>
<p>L&#8217;importanza attribuita alla manualità si estende alla<strong> formazione dei collaboratori</strong>. Dini organizza visite negli atelier artigiani per i giovani dello studio, molti dei quali non hanno mai visto cosa significa &#8220;fatto a mano&#8221;. Una generazione cresciuta scegliendo dal catalogo, combinando elementi prefabbricati, rischia di perdere la comprensione profonda di cosa significhi creare un oggetto unico attraverso il lavoro dell&#8217;artigiano. Vedere persone che mettono tessera per tessera un mosaico, che cuciono a mano una pelle, che lavorano il legno centimetro per centimetro crea un&#8217;emozione che si trasforma in consapevolezza progettuale.</p>
<h2>Progetti di riqualificazione urbana: via Palazzuolo a Firenze</h2>
<p>L&#8217;approccio basato sul dettaglio e sull&#8217;artigianalità trova applicazione anche in progetti di rigenerazione urbana con budget limitati. Il <strong>progetto Recreos</strong> per via Palazzuolo a Firenze dimostra che non servono investimenti monumentali per <strong>riqualificare contesti degradati</strong>, ma visione, collaborazione e attenzione ai materiali. Via Palazzuolo, a centocinquanta metri dal Duomo, era una strada abbandonata caratterizzata da criminalità e spaccio. La Fondazione Cassa di Risparmio ha chiesto a Dini un&#8217;idea replicabile anche in altre città italiane con problematiche simili.<br />
La soluzione proposta parte dalla <strong>pavimentazione</strong>: eliminare l&#8217;asfalto, utilizzare pietre tradizionali fiorentine (pietra serena), creare un disegno ispirato alla Cappella dei Pazzi distribuendo sulla strada simboli significativi dell&#8217;architettura fiorentina. In questi cerchi decorativi vengono inserite opere ispirate al giardino di Boboli, creando un percorso culturale:<strong> totem con QR code</strong> permettono ai passanti di scoprire da quale opera è tratto quel cerchio, chi l&#8217;ha disegnato, dove si conserva l&#8217;originale. Camminando per fare la spesa o andare al lavoro si attraversa un museo a cielo aperto.</p>
<p>Il verde viene integrato nel progetto, l&#8217;illuminazione studiata specificamente, i parcheggi ridotti ma compensati da accordi con garage della zona per residenti.<strong> Il costo complessivo rimane contenuto grazie alla collaborazione</strong>: i vivai di Pistoia donano le piante in cambio di visibilità, i fornitori di pietra contribuiscono in cambio di pubblicità. Quando c&#8217;è volontà di collaborare per il bene comune, si possono realizzare progetti di qualità con risorse limitate. Il successo è stato tale che da tutta Italia sono arrivate richieste per replicare il format in altre città.</p>
<h2>Albania: laboratorio di sperimentazione architettonica</h2>
<p>L&#8217;Albania rappresenta oggi secondo Dini l&#8217;unico paese europeo dove si fa veramente architettura sperimentale. Il primo ministro Edi Rama, innamorato dell&#8217;architettura, ha creato un gruppo WhatsApp con duecento studi internazionali dove si scambiano idee, opinioni, progetti. Il paese sta attraversando una trasformazione radicale che offre opportunità straordinarie a progettisti, ingegneri, designer, grafici. I progetti in corso dimostrano come sia possibile coniugare sperimentazione materica e sostenibilità.</p>
<p>Per un edificio a Tirana, Dini ha utilizzato un macchinario che <strong>stampa in 3D direttamente sul posto un agglomerato di cemento e terracotta</strong> riciclata direttamente in cantiere senza trasporti internazionali. L&#8217;esperimento, fortemente voluto contro tutti i pareri contrari perché non era mai stato fatto, ha dimostrato vantaggi significativi: <strong>zero trasporti</strong> (il macchinario viene smontato e montato in loco), <strong>zero inquinamento da logistica</strong>, utilizzo di <strong>materiale riciclato</strong>. Normalmente per scegliere quattro lastre di marmo un team si sposta tra Pietrasanta, Carrara e Verona, dove i marmi arrivano dal Brasile…per un bagno si movimenta il mondo intero.</p>
<p>Per due torri a Durazzo è stato utilizzato legno riciclato stampato con lo stesso macchinario, che viene spostato da città a città ma rimane in Albania. L&#8217;edificio, ispirato a un &#8220;living canyon&#8221;, prevede che la parte bassa delle torri diventi piazza pubblica per la città, <strong>restituendo spazio alla popolazione</strong> e permettendo alle unità abitative superiori di avere vista sul mare. Il costruttore ha combattuto contro questa scelta perché lo spazio pubblico riduce i metri cubi da vendere, ma la spinta governativa ha prevalso, dimostrando che è possibile fare architettura non solo per il committente privato ma anche per la collettività.</p>
<p>È questo un tema ricorrente nell&#8217;intervento di Dini: <strong>la responsabilità del progettista verso le persone</strong> che vivranno gli spazi progettati. La tentazione dell&#8217;autocelebrazione, del progetto che soddisfa l&#8217;ego o il potere piuttosto che le esigenze degli utenti, rappresenta un rischio costante contro cui combattere quotidianamente. Basti pensare a Dubai, progettata inizialmente per due milioni e mezzo di abitanti, poi per tre, ora proiettata verso nove-undici milioni: una città dove il traffico è diventato impossibile, dove le persone scelgono la casa in funzione del lavoro per evitare spostamenti quotidiani insostenibili. L&#8217;errore di pianificazione si trasforma in condizione esistenziale degradata per milioni di persone, e questo deve sempre essere evitato.</p>
</div><div class="uncode-accordion wpb_accordion wpb_content_element  plus-signed sign-size-md default-typography no-content-border" data-collapsible="no" data-target="" data-active-tab="99" >
		<div class="panel-group wpb_wrapper wpb_accordion_wrapper" id="accordion_1159755628" data-no-toggle="">

<div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1159755628" href="#6c17089b-5037-5"><span>Come gestire progetti di scala urbana mantenendo l'attenzione al dettaglio caratteristica della piccola scala?</span></a></h4></div><div id="6c17089b-5037-5" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il principio del mosaico permette di operare su scale diverse mantenendo coerenza: ogni tessera conta, dal master plan al dettaglio costruttivo. Nel progetto di Neom, decidere con due paline dove inizia e finisce una città da 80.000 abitanti è un gesto di scala territoriale, ma poi ogni edificio, ogni spazio pubblico, ogni pavimentazione viene studiato con la stessa cura degli interni di uno yacht. La chiave è la visione d&#8217;insieme che guida le scelte di dettaglio, assicurando che ogni elemento contribuisca all&#8217;identità complessiva. Il progetto di via Palazzuolo dimostra che anche su 300 metri di strada la cura del dettaglio (pavimentazione, QR code, illuminazione) trasforma l&#8217;intervento in esperienza culturale.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1159755628" href="#1752069937-2-64"><span>Quale approccio adottare quando il progetto parte dal materiale o dal dettaglio anziché dall'idea generale?</span></a></h4></div><div id="1752069937-2-64" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>L&#8217;approccio che parte dal materiale o dal dettaglio non implica necessariamente costi elevati, ma richiede curiosità e capacità di trovare soluzioni innovative. La chiave è identificare il dettaglio generatore che dà identità al progetto senza necessariamente moltiplicare i costi. Partire dal materiale rappresenta un processo progettuale legittimo e spesso più innovativo del metodo tradizionale. L&#8217;hotel realizzato con policarbonato Edra nasce dall&#8217;innamoramento per quel materiale specifico, che poi ha generato l&#8217;intero concept architettonico. Questo approccio richiede conoscenza approfondita dei materiali, frequentazione di fornitori e artigiani, curiosità verso applicazioni non convenzionali. Visitare fiere, laboratori artigianali, aziende produttrici permette di scoprire materiali con potenzialità non sfruttate. La scommessa con il committente diventa fondamentale: &#8220;perché non proviamo a fare qualcosa di particolare con questo materiale?&#8221; trasforma la proposta in esperienza innovativa.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1159755628" href="#1752072203317-2-6"><span>Quale ruolo gioca la manualità nel disegno nell'era della progettazione digitale?</span></a></h4></div><div id="1752072203317-2-6" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La manualità nel disegno iniziale rimane fondamentale perché tradurre direttamente al computer ciò che si ha in mente risulta impossibile per molti progettisti. Il passaggio attraverso la mano, la matita, il foglio permette una libertà espressiva e una fluidità che il software non replica nelle fasi creative iniziali. Le moodboard con materiali fisici accostati diventano strumenti di progettazione che, quando fotografati, assumono valore di opere d&#8217;arte. Il digitale interviene successivamente per sviluppare tecnicamente ciò che è nato manualmente, ma la fase generativa del progetto mantiene un legame forte con il disegno tradizionale che facilita la comunicazione all&#8217;interno del team e con gli artigiani.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1159755628" href="#1752072228599-3-2"><span>In che modo l'esperienza nella progettazione nautica ha influenzato l'approccio all'architettura terrestre?</span></a></h4></div><div id="1752072228599-3-2" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La nautica è stata la palestra perfetta per sviluppare attenzione maniacale al dettaglio. Chi acquista uno yacht da ottanta metri rinuncia consapevolmente alla metratura e sceglie di vivere in camere di venticinque metri quadri quando possiede intere ville. Per giustificare questa scelta serve che ogni centimetro sia perfetto, customizzato, unico. La necessità di ottimizzare spazi ristretti, di integrare funzioni complesse, di garantire qualità assoluta in ogni dettaglio ha forgiato un metodo che si trasferisce perfettamente all&#8217;architettura.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1159755628" href="#1752072249949-4-8"><span>Come approcciare la sostenibilità senza rinunciare alla qualità estetica e materica?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-8" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La sostenibilità è parte della ricerca di materiali innovativi e processi produttivi a basso impatto. La stampa 3D in cantiere di agglomerati di cemento e terracotta riciclata elimina trasporti intercontinentali, azzera inquinamento da logistica, utilizza materiali di scarto. Non tutti gli esperimenti riescono (la pelle da acini d&#8217;uva è stata un fallimento), ma provare è necessario. Sostenibilità non significa rinunciare alla bellezza ma ripensare i processi: meno movimentazione, più locale, materiali riciclati o a basso impatto, collaborazioni con realtà territoriali. Serve un committente che scommette, ma i risultati dimostrano che sostenibilità e qualità estetica non sono antitetiche.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1159755628" href="#1752072249949-4-85"><span>Perché l'artigianalità italiana rappresenta un vantaggio competitivo distintivo nel mercato globale?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-85" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>L&#8217;Italia possiede un ecosistema artigianale unico: fabbriche familiari con 20-50 persone capaci di produrre centinaia o migliaia di pezzi annui mantenendo intervento manuale qualificato. Questa fascia intermedia non esiste in Germania (che ha grandi industrie o singoli artigiani) né in Francia (con artigiani individuali non strutturati). Vivere in città come Firenze significa respirare quotidianamente arte e cultura che hanno formato sensibilità progettuali per secoli: questa eredità è &#8220;nel sangue&#8221; anche senza studio specifico. All&#8217;estero riconoscono e invidiano questa capacità di coniugare creatività progettuale ed eccellenza esecutiva artigianale. Il setificio del Settecento, gli artigiani del vetro, i maestri d&#8217;ascia che costruiscono yacht in alluminio rivestiti di mogano rappresentano patrimonio inimitabile.</p>
</div></div></div></div>
		</div></div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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</div><p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/larte-del-dettaglio-dal-mosaico-al-megaprogetto-nellesperienza-del-designer-luca-dini/">L&#8217;arte del dettaglio: dal mosaico al megaprogetto nell&#8217;esperienza del designer Luca Dini</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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		<title>La luce che trasforma: progettare l&#8217;emozione attraverso l&#8217;illuminazione</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/la-luce-che-trasforma-progettare-lemozione-attraverso-lilluminazione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-luce-che-trasforma-progettare-lemozione-attraverso-lilluminazione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2025 15:45:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La luce non è semplicemente uno strumento tecnico per rendere visibile l'architettura: è materia viva, emozione palpabile, linguaggio silenzioso che trasforma gli spazi e costruisce identità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/la-luce-che-trasforma-progettare-lemozione-attraverso-lilluminazione/">La luce che trasforma: progettare l&#8217;emozione attraverso l&#8217;illuminazione</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-12"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>La luce non è semplicemente uno strumento tecnico per rendere visibile l&#8217;architettura: è materia viva, emozione palpabile, linguaggio silenzioso che trasforma gli spazi e costruisce identità. L&#8217;approccio contemporaneo alla progettazione illuminotecnica richiede agli architetti di superare la logica quantitativa dei lux e dei lumen per abbracciare la dimensione qualitativa della luce, quella che parla direttamente alle emozioni, che crea atmosfere e che definisce il carattere degli ambienti abitati. L&#8217;esperienza di Foscarini, azienda che da oltre quarant&#8217;anni esplora le possibilità espressive della luce decorativa, offre una prospettiva preziosa su come il design illuminotecnico possa diventare strumento progettuale per trasformare gli spazi e costruire narrazioni.</p>
<h2>La luce come materiale primario dell&#8217;esperienza</h2>
<p>La luce possiede una caratteristica unica nel panorama dei materiali a disposizione del progettista: <strong>è contemporaneamente materia, informazione e sensazione</strong>. Fa apparire le cose, trasmette calore, crea benessere o disagio, agisce direttamente sul sistema limbico dove non esiste il linguaggio razionale ma solo le sensazioni pure. Questa peculiarità rende la luce il materiale più potente per chi progetta esperienze spaziali, superando di gran lunga le possibilità espressive dei materiali tradizionali.</p>
<p>Prima ancora di parlare di apparecchi, il competitor principale e inarrivabile è il sole, che sorge ogni mattina, illumina gratuitamente, scalda, crea buonumore e poi scompare lasciando lo spazio alla notte. Questa luce naturale possiede una potenza che le permette di far vibrare le molecole presenti nell&#8217;aria, che diventano ripetitori di luce creando un&#8217;illuminazione avvolgente proveniente dall&#8217;infinito. Quando il sole tramonta, improvvisamente il mondo esterno scompare nel buio e la realtà si ricrea all&#8217;interno degli spazi abitati, dove piccoli soli artificiali costruiscono nuovi universi in scala ridotta. Da questo confronto nasce una distinzione fondamentale tra <strong>approccio tecnicistico e approccio progettuale consapevole</strong>, tra quantità e qualità della luce. La quantità è misurabile: 150-200 lux per terra negli ambienti di lavoro, 500 lux sulle scrivanie, indici di resa cromatica per i negozi di tessuti. La qualità invece non è misurabile con strumenti: parla alla cultura individuale, alle esperienze personali, alle memorie emotive. Non si può assegnare un voto da uno a dieci alla bellezza di un oggetto, ma si può costruire uno scenario narrativo che ne restituisca il valore culturale e il significato profondo.</p>
<p>La scelta degli oggetti illuminanti che entreranno a far parte degli spazi vissuti costituisce una responsabilità progettuale che va oltre la funzionalità immediata. Ogni lampada diventa parte dell&#8217;identità dello spazio e, per estensione, di chi lo abita: qualsiasi ambiente diventa &#8220;casa propria&#8221; quando è illuminato dalle lampade scelte personalmente. Questa responsabilità della scelta si sta pericolosamente diluendo nella pratica contemporanea, dove<strong> troppo spesso la luce viene considerata una commodity</strong>, qualcosa di cui c&#8217;è bisogno da risolvere pragmaticamente senza riflessione progettuale. L&#8217;atteggiamento &#8220;mettiamo anche la luce&#8221; rappresenta un impoverimento delle possibilità espressive dell&#8217;architettura, che perde l&#8217;opportunità di utilizzare il materiale comunicativamente più potente a sua disposizione. La sera, quando si accende la lampada, l&#8217;80% delle informazioni visive che riceviamo viaggia sulle onde luminose emesse da quella fonte. Se quella fonte è stata scelta consapevolmente, istintivamente ci sentiamo a casa: il semplice gesto di accendere la luce diventa un rituale di riappropriazione dello spazio personale, un &#8220;bentornato&#8221; silenzioso ma potente.</p>
<h2>L&#8217;impoverimento progettuale degli spazi contemporanei</h2>
<p>La tendenza contemporanea a relegare le fonti luminose sulle superfici, attraverso sistemi integrati nell&#8217;architettura che garantiscono la quantità di luce necessaria ma rinunciano alla presenza nello spazio delle lampade, sta impoverendo drammaticamente la ricchezza espressiva degli ambienti. Una lampada posizionata nello spazio, a una certa altezza, non fornisce solo illuminazione ma crea un ritmo, interpreta lo spazio come le note su uno spartito musicale, crea gerarchie e relazioni.</p>
<p>L&#8217;esempio del punto luce centrale nelle stanze italiane illustra perfettamente questo impoverimento: <strong>posizionare una lampada all&#8217;incrocio delle diagonali della stanza crea un blocco percettivo che impedisce di leggere la ricchezza e la varietà dello spazio.</strong> La stessa lampada spostata in un angolo, meglio se nell&#8217;angolo opposto rispetto all&#8217;ingresso, trasforma radicalmente la lettura dello spazio, creando un&#8217;interpretazione che diventa firma progettuale dell&#8217;architetto. La progressiva scomparsa di lampade basse o appoggiate elimina la possibilità di creare ritmi di lettura dello spazio, di costruire effetti più caldi e accoglienti nei punti destinati alla relazione tra le persone, alla lettura, alla conversazione. Ogni altezza di posizionamento della luce costruisce una diversa atmosfera e suggerisce diversi usi dello spazio: perdere questa articolazione significa perdere uno degli strumenti più potenti per costruire ambienti ospitali e caratterizzati.</p>
<h2>La luce e la costruzione culturale dello spazio</h2>
<p>L&#8217;architettura religiosa offre esempi paradigmatici di come la luce sia stata utilizzata per materializzare concetti culturali profondi. Il romanico, con le sue strutture potenti e le bucature piccole posizionate in alto, creava raggi di luce che cercavano il fedele dall&#8217;infinito, costruendo la rappresentazione di un Dio lontano, potente, che osserva dall&#8217;alto. Le chiese gotiche, con l&#8217;evoluzione delle tecniche costruttive che permisero colonne più sottili e vetrate ampie e colorate, rappresentarono una rivoluzione teologica oltre che architettonica: un Dio più gioioso, più accessibile, che si manifesta attraverso la luce colorata che arriva fino al piano di calpestio.<br />
Le moschee, con il loro sistema di illuminazione piatto che lascia intravedere un piano ulteriore oltre i sette veli coranici, materializzano un concetto di divinità radicalmente diverso: un Dio che è &#8220;più vicino della vena giugulare&#8221;, presente più che lontano, avvolgente più che giudicante. La forma stessa della moschea, più simile a una nicchia che accoglie che a una navata che dirige verso l&#8217;altare, si esprime attraverso una qualità di luce completamente differente da quella delle chiese cristiane. Questi esempi dimostrano che la luce non è mai neutra, ma costruisce sempre significati culturali precisi. La sfida per l&#8217;architetto contemporaneo è acquisire consapevolezza di questo potere costruttivo della luce per utilizzarlo intenzionalmente nella progettazione degli spazi abitativi, commerciali e pubblici.</p>
<h2>La libertà come fondamento dell&#8217;innovazione</h2>
<p>Il modello produttivo di Foscarini, fondato sul principio di non produrre nulla direttamente ma di <strong>orchestrare una rete di artigiani e piccole manifatture specializzate</strong>, rappresenta un paradigma illuminante per comprendere le possibilità dell&#8217;industria italiana contemporanea. Questa scelta, nata per necessità negli anni ‘80 quando l&#8217;azienda lavorava su progetti custom di grande scala per il Medio Oriente, si è rivelata l&#8217;asset strategico fondamentale: la libertà da vincoli produttivi permette di selezionare progetti per il loro valore identitario piuttosto che per la compatibilità con i reparti produttivi. Non avere macchine, torni, stampatrici o tecnologie proprietarie da ammortizzare significa poter valutare ogni progetto esclusivamente per la sua capacità di arricchire l&#8217;identità del brand, di aggiungere un tassello al puzzle di personalità che costituisce il catalogo Foscarini. Questa libertà comporta anche responsabilità: ogni volta che si seleziona un&#8217;idea si sta scegliendo un pezzo della propria immagine, si sta definendo chi si è agli occhi del pubblico.</p>
<p><strong>Il rapporto con i fornitori diventa un dialogo</strong> tra chi ha un&#8217;idea chiara di dove vuole arrivare ma non di come arrivarci, e chi conosce profondamente una tecnologia o un materiale ma non sa necessariamente cosa farne oltre gli usi consolidati. Quando si crea un punto di incontro tra queste due competenze, nasce l&#8217;innovazione vera. Il principio del &#8220;non si può fare&#8221; diventa un segnale positivo: se qualcosa non è mai stato fatto prima, si sta percorrendo una strada potenzialmente innovativa. L&#8217;importante è non fermarsi alla prima risposta negativa, ma chiedere perché non si può fare, comprendere il blocco tecnico, tornare con proposte alternative fino a quando, per stanchezza o per volontà di dimostrare che davvero non si può fare, si prova e si scopre che si può fare.</p>
<p><strong>La collaborazione con i designer non segue il modello tradizionale</strong> dove il designer consegna un&#8217;idea che l&#8217;azienda industrializza, ma prevede uno sviluppo a quattro mani dove Foscarini seleziona quali aspetti dell&#8217;idea iniziale meritano di essere sviluppati e potenziati. Questo approccio permette di fare in modo che ogni prodotto sia contemporaneamente espressione della visione del designer e tassello coerente dell&#8217;identità Foscarini. Non è sempre facile, perché richiede fiducia reciproca e disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze iniziali, ma quando funziona produce risultati che superano le aspettative di entrambe le parti. Il caso più emblematico di questa collaborazione produttiva è quando Rodolfo Dordoni, di fronte al prodotto finito dopo mesi di sviluppo congiunto, dichiarò &#8220;non mi sarei mai immaginato una cosa così bella&#8221;. Significa che l&#8217;idea iniziale aveva un potenziale enorme, ma che solo lavorandoci insieme e spremendone tutte le possibilità si è riusciti a farlo emergere completamente, creando qualcosa che ha superato anche le aspettative del suo autore.</p>
<h2>La base artigianale del design italiano</h2>
<p>Il professor Stefano Micelli di Ca&#8217; Foscari, nel suo libro &#8220;Futuro Artigiano&#8221; premiato con il Compasso d&#8217;Oro, ha dimostrato da economista che la base del design italiano è l&#8217;artigianalità delle imprese a cui ci si rivolge per risolvere i problemi progettuali: aziende spesso familiari con 20-50 persone, ognuna delle quali lavora con le proprie mani e la propria sensibilità. Questo sistema è specificamente italiano, non per presunzione di superiorità ma per contingenze storiche e culturali. In Germania esistono grandi aziende industriali o piccoli artigiani individuali, ma non quella fascia intermedia di &#8220;fabbriche artigiane&#8221; capaci di produrre centinaia o migliaia di pezzi all&#8217;anno mantenendo intervento manuale qualificato. In Francia esistono artigiani individuali ma non strutture organizzate con quella scala. Solo in Italia esiste un ecosistema di aziende che possono gestire commesse significative senza rinunciare alla componente manuale e alla sensibilità dell&#8217;intervento umano. Questa alchimia particolare tra capacità di immaginare oggetti densi di significato e capacità artigianale di realizzarli senza richiedere impianti industriali da milioni di pezzi all&#8217;anno costituisce un patrimonio di inestimabile valore.</p>
<h2>Casi studio: materiali e sperimentazioni</h2>
<p>La carta washi, patrimonio dell&#8217;umanità UNESCO, rappresenta un esempio perfetto di come materiali tradizionali possano trovare nuove applicazioni nell&#8217;illuminazione contemporanea. Questa carta ottenuta dalla triturazione e cottura di arbusti, stesa su telai non piani attraverso tecniche ancora parzialmente misteriose, offre caratteristiche uniche: superficie non lucida, traslucenza controllata, calore visivo. Il progetto sviluppato con<strong> Luca Nichetto e Nendo per la lampada Kurage</strong> utilizza questa carta per creare una luce particolarmente calda e avvolgente, con una base in legno che sostiene la componente tecnica ma serve anche a creare l&#8217;area di luce bassa nello spazio, elemento sempre più raro negli allestimenti contemporanei.</p>
<p>Il progetto <strong>Mite di Marc Sadler</strong> rappresenta invece un caso di ribaltamento logico: tradizionalmente le lampade hanno una struttura portante che distribuisce l&#8217;elettricità e sostiene un diffusore decorativo. L&#8217;idea di Sadler fu di utilizzare materiali compositi per creare un diffusore che fosse contemporaneamente elemento strutturale, eliminando la distinzione tra funzione e forma. Due anni di sviluppo furono necessari per risolvere il problema di mantenere l&#8217;esoscheletro in Kevlar (o carbonio nella versione nera) nella posizione corretta durante il processo di cottura in forno sotto vuoto. Il risultato, premiato con il Compasso d&#8217;Oro 2001, venne definito da Gillo Dorfles &#8220;una sintesi delle possibilità tecnologiche a servizio di un effetto finale&#8221;.</p>
<p>La lampada <strong>Allegro dell’Atelier Oï</strong> affronta invece la sfida di far passare la luce attraverso materiali non traslucidi: bacchette che devono essere posizionate alternandole per creare spazi attraverso cui la luce emerge per riflessione. La complessità progettuale risiede nell&#8217;utilizzo della gravità come principio compositivo: le bacchette devono fermarsi naturalmente con il proprio peso formando un volume che in realtà non esiste fisicamente, creato dall&#8217;aggregazione di elementi singoli. Questo progetto introduce anche la dimensione sonora: il movimento dell&#8217;aria fa vibrare le bacchette creando suoni delicati, aggiungendo alla componente visiva una dimensione acustica.</p>
<p>La lampada <strong>Rituals</strong>, con il suo disco in materiale traslucido montato su un cerchio armonico che gli fa assumere una forma naturale, esemplifica perfettamente questo approccio. Una singola fonte luminosa fornisce contemporaneamente luce riflessa verso il basso (illuminazione concentrata sul tavolo) e luce diffusa verso l&#8217;alto attraverso il materiale traslucido (illuminazione generale dell&#8217;ambiente). L&#8217;effetto, quando il prototipo fu acceso per la prima volta, superò le aspettative proprio perché la luce riesce sempre a sorprendere, a &#8220;prenderti alla schiena&#8221; come dice Urbinati. La qualità del materiale, con la sua capacità di bilanciare riflessione e trasmissione, crea un risultato che sulla carta si immaginava ma che nella realtà si è rivelato molto più forte e suggestivo del previsto.</p>
</div><div class="uncode-accordion wpb_accordion wpb_content_element  plus-signed sign-size-md default-typography no-content-border" data-collapsible="no" data-target="" data-active-tab="99" >
		<div class="panel-group wpb_wrapper wpb_accordion_wrapper" id="accordion_2134234825" data-no-toggle="">

<div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_2134234825" href="#1752069937-1-32"><span>Qual è la differenza fondamentale tra quantità e qualità della luce e come si progetta per la qualità?</span></a></h4></div><div id="1752069937-1-32" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La quantità di luce è misurabile oggettivamente: lux sulla superficie, indice di resa cromatica, temperature di colore. È regolata da normative che stabiliscono valori minimi per diverse attività. La qualità invece non è misurabile: riguarda come la luce parla alla cultura individuale, alle esperienze personali, alle emozioni. Si progetta per la qualità scegliendo tipologia di sorgenti, posizioni nello spazio, altezze, temperature di colore e soprattutto oggetti illuminanti che costruiscono narrazioni coerenti con l&#8217;identità dello spazio.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_2134234825" href="#1752069937-2-64"><span>Perché posizionare le sorgenti luminose nello spazio piuttosto che integrarle nelle superfici?</span></a></h4></div><div id="1752069937-2-64" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Le lampade posizionate nello spazio creano ritmi di lettura, interpretano lo spazio come note su uno spartito, costruiscono gerarchie e suggeriscono usi. Una lampada centrale blocca la percezione dello spazio; spostata in un angolo lo interpreta. Lampade basse o appoggiate creano atmosfere più calde nei punti destinati alla relazione tra persone. L&#8217;integrazione nelle superfici fornisce quantità di luce ma impoverisce la ricchezza espressiva, eliminando la possibilità di articolare lo spazio attraverso diverse altezze e posizioni delle sorgenti.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_2134234825" href="#1752072203317-2-6"><span>Come la luce è stata storicamente utilizzata per materializzare concetti culturali nell'architettura religiosa?</span></a></h4></div><div id="1752072203317-2-6" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il romanico utilizzava bucature piccole in alto per creare raggi che cercavano il fedele dall&#8217;infinito, rappresentando un Dio lontano e potente. Il gotico, con vetrate ampie e colorate che arrivano in basso, rappresentò un Dio più gioioso e accessibile. Le moschee utilizzano illuminazione piatta che lascia intravedere piani ulteriori, materializzando un Dio &#8220;più vicino della vena giugulare&#8221;. Questi esempi dimostrano che la luce non è mai neutra ma costruisce sempre significati culturali precisi.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_2134234825" href="#1752072228599-3-2"><span>Qual è il modello produttivo di Foscarini e perché la "non produzione" è considerata un asset strategico?</span></a></h4></div><div id="1752072228599-3-2" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Foscarini non produce direttamente ma orchestra una rete di artigiani e piccole manifatture specializzate. Questo modello, nato per necessità, garantisce libertà totale da vincoli produttivi: ogni progetto può essere selezionato per il suo valore identitario piuttosto che per compatibilità con reparti da alimentare. Non avere tecnologie proprietarie da ammortizzare significa poter valutare progetti esclusivamente per la capacità di arricchire l&#8217;identità del brand. La sfida diventa creare i problemi e poi trovare chi li risolve. &#8220;Non si può fare&#8221; è infatti spesso un buon segnale: significa che si sta percorrendo una strada non battuta, potenzialmente innovativa. L&#8217;importante è non fermarsi alla prima risposta negativa: chiedere perché non si può fare, comprendere il blocco tecnico, tornare con proposte alternative. Spesso per stanchezza o per dimostrare che davvero non si può, si prova e si scopre che si può. Il caso della lampada Mite mostra come il risultato finale sia emerso da ciò che i tecnici consideravano un &#8220;errore&#8221;.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_2134234825" href="#1752072249949-4-8"><span>Qual è la filosofia progettuale della "semplicità" e del "primo colpo d'occhio" nell'illuminazione contemporanea?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-8" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La semplicità nell&#8217;illuminazione non significa facilità di realizzazione ma purezza espressiva: eliminare tutto ciò che è superfluo per permettere una comprensione immediata ed emozionale che precede il raziocinio. Foscarini lavora specificamente per il primo colpo d&#8217;occhio, creando lampade che catturano l&#8217;attenzione e l&#8217;emozione prima ancora che intervenga l&#8217;analisi razionale. La conoscenza tecnica può arricchire successivamente l&#8217;apprezzamento, ma non deve essere condizione preliminare per l&#8217;emozione. Questa scelta rende le lampade accessibili emotivamente a tutti, riservando l&#8217;approfondimento tecnico a chi vuole comprendere i processi realizzativi. L&#8217;obiettivo è che le caratteristiche personalizzanti di ogni prodotto siano immediatamente leggibili e forti, costruendo un catalogo dove ogni pezzo porta una voce distinta riconoscibile al primo sguardo.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_2134234825" href="#1752072249949-4-85"><span>Perché il design italiano è unico e qual è il ruolo delle "maestrie" artigianali? </span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-85" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>L&#8217;economista Stefano Micelli ha dimostrato che la base del design italiano è l&#8217;esistenza di &#8220;fabbriche artigiane&#8221;: aziende con 20-50 persone capaci di produrre centinaia/migliaia di pezzi all&#8217;anno mantenendo intervento manuale qualificato. Questa fascia intermedia esiste solo in Italia e questa alchimia tra capacità di immaginare oggetti densi di significato e competenza artigianale per realizzarli senza impianti da milioni di pezzi costituisce la specificità italiana.</p>
</div></div></div></div>
		</div></div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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</div><p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/la-luce-che-trasforma-progettare-lemozione-attraverso-lilluminazione/">La luce che trasforma: progettare l&#8217;emozione attraverso l&#8217;illuminazione</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Compasso d&#8217;Oro: il premio che ha fatto la storia del design</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/compasso-doro-il-premio-che-ha-fatto-la-storia-del-design/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=compasso-doro-il-premio-che-ha-fatto-la-storia-del-design</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 07:44:39 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://archiformazione.it/?post_type=portfolio&#038;p=368982</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Premio Compasso d'Oro rappresenta uno dei riconoscimenti più prestigiosi e longevi nel panorama del design e dell'architettura a livello mondiale</p>
<p>L'articolo <a href="https://archiformazione.it/focus/compasso-doro-il-premio-che-ha-fatto-la-storia-del-design/">Compasso d&#8217;Oro: il premio che ha fatto la storia del design</a> proviene da <a href="https://archiformazione.it">Archiformazione</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-14"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Nato in un&#8217;Italia che cercava di ricostruire la propria identità culturale e produttiva nel dopoguerra, questo premio è diventato un&#8217;istituzione culturale che ha contribuito a plasmare l&#8217;evoluzione del design italiano, influenzando tendenze, metodologie progettuali e approcci all&#8217;innovazione.</p>
<p>L&#8217;attenzione alla qualità formale unita alla ricerca funzionale, l&#8217;equilibrio tra innovazione e tradizione, il dialogo costante tra progettista e industria: sono questi i valori che il Compasso d&#8217;Oro ha promosso nel corso della sua storia. Come ha evidenziato Andrea Branzi, teorico del design e vincitore del Compasso d&#8217;Oro alla carriera: &#8220;Il premio ha contribuito a creare un circolo virtuoso tra progettisti, aziende e mercato, elevando la qualità complessiva della produzione italiana e creando un modello di riferimento internazionale.&#8221;</p>
<h2><strong>La visione di Gio Ponti e la nascita del premio</strong></h2>
<p>Nel 1954, in un&#8217;Italia che stava vivendo il miracolo economico e cercava di affermarsi come potenza industriale, il Premio Compasso d&#8217;Oro vide la luce grazie all&#8217;intuizione di Gio Ponti, figura poliedrica dell&#8217;architettura e del design italiano, e all&#8217;iniziativa dei grandi magazzini la Rinascente. Il nome stesso del premio, ispirato al compasso utilizzato da Adalbert Goeringer per il logo della Rinascente, simboleggiava la precisione e la misura che dovevano caratterizzare il buon design.</p>
<p>L&#8217;obiettivo originario era chiaro: valorizzare e promuovere la qualità del design industriale italiano, creando un nuovo linguaggio estetico che si distaccasse dalla retorica monumentale del ventennio fascista per abbracciare una visione più funzionale, democratica e moderna. Il premio nasceva anche dalla necessità di stabilire un ponte tra industria e creatività, in un momento storico in cui il design italiano stava definendo la propria identità.</p>
<p>&#8220;La forma del prodotto industriale deve nascere dalla sua funzione e dalla tecnica che lo realizza, non da uno stile imposto dall&#8217;esterno&#8221;, affermava Ponti, delineando quella che sarebbe diventata la filosofia portante del premio.</p>
<h2><strong>Il passaggio all&#8217;ADI e la sua istituzionalizzazione</strong></h2>
<p>Nel 1958, la gestione del premio passò all&#8217;Associazione per il Disegno Industriale (ADI), fondata due anni prima. Questo passaggio segnò un momento cruciale nella storia del riconoscimento, che da iniziativa privata si trasformò in un&#8217;istituzione culturale con una visione più ampia e strutturata.</p>
<p>L&#8217;ADI ampliò la portata del premio, includendo gradualmente diverse categorie progettuali e rafforzando il legame con il mondo produttivo e accademico. La cadenza del premio, inizialmente annuale, divenne biennale per permettere una selezione più accurata e rappresentativa delle tendenze emergenti.</p>
<p>Questo cambiamento organizzativo coincise con un periodo di straordinaria creatività nel design italiano, che vedeva emergere figure come Achille Castiglioni, Marco Zanuso, Vico Magistretti e aziende come Olivetti, Brionvega e Kartell, molte delle quali sarebbero state premiate negli anni successivi.</p>
<h2><strong>L&#8217;Osservatorio permanente del design</strong></h2>
<p>Il cuore del Premio Compasso d&#8217;Oro è l&#8217;Osservatorio permanente del design, un network di oltre 150 esperti tra critici, storici, giornalisti specializzati, designer e architetti che monitorano costantemente lo stato dell&#8217;arte della progettazione italiana. Questo organismo rappresenta un unicum nel panorama dei premi di design, garantendo un processo di selezione capillare e continuativo.</p>
<p>L&#8217;Osservatorio opera attraverso una metodologia rigorosa che prevede la segnalazione e documentazione di progetti meritevoli in diverse categorie, dalla progettazione di prodotto all&#8217;architettura d&#8217;interni, dal design dei servizi alla ricerca teorica. Questa attività di monitoraggio costante permette di costruire un quadro completo e aggiornato delle eccellenze progettuali italiane.</p>
<h2><strong>Il processo di selezione e i criteri valutativi</strong></h2>
<p>Il processo di selezione del Compasso d&#8217;Oro si articola in più fasi. Inizialmente, l&#8217;Osservatorio seleziona i progetti più meritevoli che confluiscono nell&#8217;ADI Design Index, una pubblicazione annuale che rappresenta già di per sé un importante riconoscimento. Da questa preselezione, una giuria internazionale indipendente, rinnovata ad ogni edizione e composta da esperti di chiara fama, seleziona i vincitori del Compasso d&#8217;Oro.</p>
<p>I criteri di valutazione si sono evoluti nel tempo, riflettendo i cambiamenti culturali, tecnologici e sociali. Se nei primi anni l&#8217;attenzione era rivolta principalmente all&#8217;estetica e alla funzionalità, oggi i parametri includono:</p>
<ul>
<li>Innovazione tecnica e formale</li>
<li>Sostenibilità ambientale ed economica</li>
<li>Responsabilità sociale</li>
<li>Qualità produttiva e attenzione al dettaglio</li>
<li>Capacità di interpretare e anticipare i bisogni degli utenti</li>
<li>Coerenza tra forma, funzione e tecnologia produttiva.</li>
</ul>
<p>Come ha sottolineato Luciano Galimberti, attuale presidente dell&#8217;ADI: &#8220;Il Compasso d&#8217;Oro non premia solo oggetti, ma processi, visioni e approcci progettuali che possano rappresentare un modello virtuoso per l&#8217;intero sistema produttivo.&#8221;</p>
<h2><strong>L&#8217;influenza sulla cultura progettuale italiana</strong></h2>
<p>Il premio ha svolto un ruolo fondamentale nella definizione dell&#8217;identità del design italiano, contribuendo a creare quella sintesi unica tra arte, artigianato e industria che ha reso il Made in Italy celebre nel mondo. Attraverso le sue selezioni, il premio ha promosso un&#8217;idea di progettazione che valorizza la ricerca formale senza mai perdere di vista la funzionalità e la qualità produttiva.</p>
<p>Per gli architetti, il Compasso d&#8217;Oro ha rappresentato un importante punto di riferimento, incoraggiando un approccio olistico alla progettazione che supera i confini disciplinari tradizionali. Non è un caso che molti dei più importanti architetti italiani – da Franco Albini a Gae Aulenti, da Renzo Piano ad Alessandro Mendini – abbiano ricevuto questo riconoscimento, spesso per progetti che spaziavano dall&#8217;arredo urbano al design di prodotto.</p>
<p>Nel corso della sua storia, il Compasso d&#8217;Oro ha premiato progetti che sono diventati vere e proprie icone del design mondiale, come:</p>
<ul>
<li><strong>la sedia Superleggera </strong>di Gio Ponti (1957), esempio perfetto di leggerezza strutturale e raffinatezza formale</li>
<li><strong>la lampada Eclisse</strong> di Vico Magistretti per Artemide (1967), che rivoluzionò il concetto di illuminazione domestica</li>
<li><strong>la macchina da scrivere Valentine</strong> di Ettore Sottsass per Olivetti (1970), simbolo di un approccio emotivo al design industriale</li>
<li><strong>la sedia Tonietta di Enzo Mari</strong> per Zanotta (1987), manifesto di rigore progettuale</li>
<li><strong>la Ferrari F430</strong> (2006), dimostrazione che anche l&#8217;eccellenza automobilistica può essere riconosciuta come espressione di design.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi e molti altri progetti costituiscono un patrimonio culturale inestimabile che documenta l&#8217;evoluzione non solo del design, ma della società italiana nel suo complesso.</p>
<h2><strong>La nascita dell&#8217;ADI Design Museum</strong></h2>
<p>Nel 2021, è stato inaugurato a Milano l&#8217;ADI Design Museum &#8211; Compasso d&#8217;Oro, uno spazio espositivo permanente dedicato alla collezione storica del premio. Situato in un ex deposito tranviario completamente riqualificato nel quartiere di Porta Volta, il museo rappresenta la concretizzazione di un progetto culturale di ampio respiro.</p>
<p>Con i suoi 5.000 metri quadrati di superficie espositiva, il museo ospita oltre 2.300 oggetti premiati o selezionati dal 1954 ad oggi, costituendo la più completa raccolta di design italiano al mondo. La collezione è stata dichiarata nel 2004 &#8220;bene di interesse nazionale&#8221; dal Ministero della Cultura, riconoscendone così il valore storico e culturale.</p>
<p>La struttura del museo, che alterna spazi espositivi permanenti a mostre temporanee, laboratori didattici e aree per conferenze, lo rende un centro culturale dinamico, capace di stimolare il dibattito e la riflessione sulla progettazione contemporanea.</p>
<p>Come ha affermato Umberto Cabini, presidente della Fondazione ADI Collezione Compasso d&#8217;Oro: &#8220;Il museo non guarda solo al passato, ma vuole essere un laboratorio per il futuro del design, un luogo dove le nuove generazioni di progettisti possano trovare ispirazione e confrontarsi con la tradizione.&#8221;</p>
</div><div class="uncode_text_column" ><p><em>Interessanti come un approfondimento e piacevoli come una conversazione tra amici, i design talk di Linee Trasversali mettono al centro la relazione osmotica tra progettisti e aziende, spaziando tra visite on-site, dialoghi con designer, musicisti e docenti aperti alla condivisione dei percorsi pragmatici e di pensiero che conducono alla definizione del progetto. A cura di Lorenzo Palmeri.</em></p>
</div><div class="uncode-accordion wpb_accordion wpb_content_element  plus-signed sign-size-md default-typography no-content-border" data-collapsible="no" data-target="" data-active-tab="99" >
		<div class="panel-group wpb_wrapper wpb_accordion_wrapper" id="accordion_1487412697" data-no-toggle="">

<div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1487412697" href="#1752069937-1-32"><span>Che cos’è il Premio Compasso d’Oro?</span></a></h4></div><div id="1752069937-1-32" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il Premio Compasso d’Oro, istituito nel 1954 su iniziativa di La Rinascente e con la visione di Gio Ponti, è il più antico e prestigioso riconoscimento internazionale nel campo del design. È considerato una sorta di “Oscar” del design e rappresenta un’eccellenza italiana riconosciuta a livello mondiale. Il premio valorizza l’innovazione, la qualità e la responsabilità sociale dei prodotti e dei progetti di design.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1487412697" href="#1752069937-2-64"><span>Come avviene la selezione dei vincitori del Compasso d’Oro?</span></a></h4></div><div id="1752069937-2-64" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La selezione si basa su un processo rigoroso e scientifico: ogni anno un Osservatorio Permanente composto da circa 150 esperti seleziona i prodotti e i progetti più meritevoli, suddivisi in 14 ambiti tematici. Una giuria internazionale, rinnovata periodicamente per garantire obiettività e freschezza di giudizio, sceglie poi i vincitori tra le candidature raccolte.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1487412697" href="#1752072203317-2-6"><span>Quali sono i criteri fondamentali per l’assegnazione del premio?</span></a></h4></div><div id="1752072203317-2-6" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>I criteri principali includono innovazione, qualità progettuale, sostenibilità, responsabilità sociale ed etica. Il premio non si limita al solo valore estetico o funzionale, ma tiene conto anche dell’impatto culturale, sociale e ambientale del prodotto o progetto. Alcuni prodotti, pur di alta qualità, possono non essere selezionati se non rispondono a criteri etici condivisi.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1487412697" href="#1752072228599-3-2"><span>Qual è il ruolo dell’ADI?</span></a></h4></div><div id="1752072228599-3-2" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>L’ADI gestisce il premio dal 1958, curando la selezione, la promozione e la tutela della collezione storica dei prodotti premiati, riconosciuta come patrimonio di interesse nazionale dal Ministero della Cultura. L’associazione rappresenta un punto di incontro tra progettisti, imprese, distributori e istituzioni, promuovendo il design italiano in Italia e all’estero.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1487412697" href="#1752072249949-4-8"><span>Cosa rende unico il Museo del Compasso d’Oro e quale valore aggiunge alla cultura del design?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-8" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Il Museo del Compasso d’Oro, nato dall’esperienza dell’ADI, raccoglie oltre 380 premi e 2.000 menzioni d’onore, offrendo una panoramica unica sulla storia del design italiano. Il museo non si limita a esporre oggetti, ma ne racconta il contesto, le motivazioni e l’impatto sociale, diventando uno spazio di cultura attiva e formazione per professionisti, studenti e famiglie.</p>
</div></div></div></div>
		</div></div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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		<title>Museum Seed: quando l&#8217;architettura narra storie</title>
		<link>https://archiformazione.it/focus/museum-seed-quando-larchitettura-narra-storie-2/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=museum-seed-quando-larchitettura-narra-storie-2</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Team redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 09:13:09 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://archiformazione.it/?post_type=portfolio&#038;p=369965</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo Studio Migliore+Servetto, fondato nel 1997 a Milano da Ico Migliore e Mara Servetto, è una realtà che ha saputo distinguersi a livello internazionale con oltre 800 progetti in più di 20 paesi e una profonda riflessione sull'architettura degli spazi culturali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row focus row-container boomapps_vcrow" id="row-unique-16"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-9 boomapps_vccolumn single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  boomapps_vccolumn no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="uncode_text_column" ><p>Tra i numerosi premi ottenuti, spiccano tre Compasso d’Oro e tredici Red Dot Design Award, testimonianze di una carriera ricca di innovazione e successo. Ma ciò che rende unico il loro approccio è la capacità di coniugare narrazione, tecnologia e identità culturale, come dimostrato dal concetto di &#8220;Museum Seed&#8221;.</p>
<h2><strong>Museum Seed: un nuovo modello di museo</strong></h2>
<p>Nel futuro degli spazi culturali immaginati da Ico Migliore e Mara Servetto, l&#8217;architettura non è solo un contenitore per le opere d&#8217;arte, ma un vero e proprio strumento di narrazione, capace di coinvolgere il pubblico in un’esperienza unica e arricchente. Il concetto di &#8220;Museum Seed&#8221;, presentato nel loro omonimo libro, nasce da una riflessione profonda sul ruolo che i musei devono ricoprire nella società contemporanea. Non più luoghi statici e isolati, ma organismi vivi, capaci di dialogare con il territorio e le persone, generando consapevolezza e arricchimento culturale. Secondo Migliore e Servetto, l&#8217;essenza del museo non si esaurisce nella collezione di oggetti esposti, ma si sviluppa attraverso l’esperienza e l’interazione con i visitatori. Questo concetto è stato elaborato in otto punti fondamentali, che rappresentano una sorta di manifesto per il futuro dei luoghi culturali.</p>
<p>In un&#8217;epoca in cui la tecnologia spesso rischia di sopraffare il contenuto, lo Studio insiste su un equilibrio tra innovazione e narrazione tradizionale: la tecnologia, pur presente, non deve mai prevalere sulla storia che il museo racconta.</p>
<p>Come affermano gli stessi architetti, il museo non deve diventare né un distaccato &#8220;museo chiodo&#8221;, né un caotico &#8220;museo Luna Park&#8221;, ma trovare una via intermedia che valorizzi sia il patrimonio culturale sia l’esperienza del visitatore.</p>
<h2><strong>Progetti emblematici: dal Giappone a Varsavia</strong></h2>
<p>Tra i numerosi progetti che hanno segnato la carriera dello Studio, spiccano due esempi particolarmente significativi: la mostra su Krizia al MOT di Tokyo (2001) e il Museo Chopin di Varsavia (2010).</p>
<p>Realizzata in collaborazione con la costumista premio Oscar Gabriella Pescucci, l&#8217;esposizione su Krizia ha rappresentato l&#8217;incontro tra moda, cinema e architettura, creando un allestimento dal forte impatto teatrale. Questo progetto ha introdotto una nuova modalità di raccontare la moda attraverso lo spazio, non come semplice esposizione di abiti, ma come rappresentazione scenica, in cui la narrazione e la creatività si fondono.</p>
<p>Il Museo Chopin di Varsavia, invece, è stato un progetto che ha portato lo Studio a riflettere su come raccontare la vita e l’opera di un grande compositore attraverso una narrazione frammentata in micro-storie tematiche. Piuttosto che seguire un percorso cronologico, il museo guida il visitatore attraverso episodi significativi della vita di Chopin, come il suo rapporto con le donne, la sua attività didattica o il suo soggiorno a Parigi. L&#8217;allestimento ha integrato tecnologie innovative senza che queste prevalessero sulla narrazione: spartiti digitali, suoni ambientali e proiezioni creano un&#8217;interazione fluida tra il visitatore e l&#8217;ambiente, mantenendo sempre il focus sulla storia.</p>
<p>Un altro aspetto fondamentale del progetto del Museo Chopin è l&#8217;uso della tecnologia per rendere l’esperienza museale accessibile a diversi tipi di pubblico.</p>
<p>Il museo è stato infatti progettato per essere fruibile in otto lingue e con quattro livelli di approfondimento, pensati per musicisti, musicologi, esperti e giovani visitatori.</p>
<p>Un badge interattivo consente di attivare contenuti personalizzati, offrendo un’esperienza su misura per ogni visitatore, senza però cadere nell’effetto &#8220;Luna Park&#8221; delle installazioni tecnologiche preponderanti.</p>
<h2><strong>La responsabilità sociale del design</strong></h2>
<p>Il lavoro dello Studio Migliore+Servetto non si limita all’aspetto estetico o funzionale degli spazi culturali. Come sottolineato da Ico Migliore, il design deve assumere una responsabilità sociale, poiché la cultura è un elemento imprescindibile per la democrazia, la consapevolezza e la condivisione.</p>
<p>Il progetto di un museo, di uno spazio culturale, non può essere ridotto a un semplice esercizio stilistico: deve essere un atto di partecipazione e dialogo con il pubblico, capace di far emergere una nuova consapevolezza.</p>
<p>Lo Studio Migliore+Servetto ha saputo ridefinire il concetto di spazio culturale, proponendo una visione innovativa e dinamica del museo come luogo di dialogo, esperienza e consapevolezza. Il loro lavoro, che si colloca a metà strada tra innovazione tecnologica e rispetto per la narrazione tradizionale, rappresenta un punto di riferimento per chiunque si occupi di progettazione culturale.</p>
</div><div class="uncode-accordion wpb_accordion wpb_content_element  plus-signed sign-size-md default-typography no-content-border" data-collapsible="no" data-target="" data-active-tab="99" >
		<div class="panel-group wpb_wrapper wpb_accordion_wrapper" id="accordion_1153412512" data-no-toggle="">

<div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1153412512" href="#1752069937-1-32"><span>Qual è la filosofia progettuale che guida lo Studio Migliore+Servetto nei progetti di spazi culturali?</span></a></h4></div><div id="1752069937-1-32" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Lo studio adotta una filosofia che mette al centro la responsabilità del design nei luoghi della cultura, puntando su narrazione, identità e coinvolgimento attivo del visitatore. I progetti mirano a superare la dicotomia tra museo “Chiodo” (statico, didascalico) e museo “Luna Park” (puramente esperienziale), cercando un equilibrio tra innovazione tecnologica e profondità narrativa, affinché il museo diventi un “seme” che germina sul territorio e nella comunità.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1153412512" href="#1752069937-2-64"><span>In che modo la tecnologia viene integrata negli allestimenti museali progettati dallo studio?</span></a></h4></div><div id="1752069937-2-64" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La tecnologia è vista come uno strumento per ampliare la narrazione e l’esperienza, non come fine a sé stessa. Viene integrata in modo “aumentato” e multisensoriale, per coinvolgere i visitatori su più livelli percettivi. Ad esempio, nel Museo Chopin di Varsavia, la tecnologia permette di ascoltare musica, interagire con oggetti e vivere micro-storie, garantendo accessibilità e personalizzazione del percorso per diverse tipologie di pubblico.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1153412512" href="#1752072203317-2-6"><span>Come viene affrontato il tema dell’identità nei progetti di spazi culturali e museali?</span></a></h4></div><div id="1752072203317-2-6" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>L’identità viene costruita attraverso un approccio integrato che coinvolge architettura, grafica, luce e narrazione. La progettazione di loghi e segni grafici, come per il Museo Egizio di Torino o il Castello di Miramare, nasce da un’analisi profonda del luogo, della sua memoria e delle sue peculiarità, per creare simboli capaci di rappresentare e raccontare la storia e i valori dell’istituzione in modo riconoscibile e versatile.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1153412512" href="#1752072228599-3-2"><span>In che modo i progetti dello studio dialogano con il territorio e la città?</span></a></h4></div><div id="1752072228599-3-2" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>Lo studio promuove il concetto di “urban nesting”, ovvero l’integrazione tra luogo culturale e contesto urbano. Gli interventi, come l’allestimento urbano per le Olimpiadi di Torino o il waterfront di Busan, sono pensati per raccontare storie, creare identità e favorire l’uso collettivo degli spazi pubblici. L’obiettivo è trasformare criticità in opportunità, rendendo la città stessa un museo a cielo aperto e un luogo di incontro e trasformazione per la comunità.</p>
</div></div></div></div><div class="panel panel-default wpb_accordion_section group  no-block-padding"><div class="panel-heading wpb_accordion_header ui-accordion-header"><h4 class="panel-title font-153509 h4 font-weight-500 text-   icon-size-rg"><a data-toggle="collapse" data-parent="#accordion_1153412512" href="#1752072249949-4-8"><span>Quali sono le sfide e i criteri nella scelta dei progetti da parte dello studio?</span></a></h4></div><div id="1752072249949-4-8" class="panel-collapse collapse"><div class="panel-body wpb_accordion_content ui-accordion-content half-internal-gutter single-block-padding">
						<div class="uncode_text_column" ><p>La selezione dei progetti si basa su criteri etici e sulla possibilità di andare “oltre” le richieste della committenza. Non esistono progetti “minori” o “maggiori”: ogni intervento, dalla strada dipinta a Busan fino all’università a Tokyo, viene affrontato con la stessa attenzione e rispetto. Lo studio rifiuta incarichi che non rispondono ai propri valori o che non consentono di apportare un reale contributo culturale e sociale.</p>
</div></div></div></div>
		</div></div></div></div></div></div></div><div class="wpb_column pos-top pos-center align_center column_parent col-lg-3 boomapps_vccolumn half-internal-gutter"><div class="uncol style-light sticky-element sticky-sidebar"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell  vc_custom_1752127794561 boomapps_vccolumn border-color-526326-color single-block-padding style-color-xsdn-bg" style="border-style: solid;border-left-width: 1px ;" ><div class="uncont" ><div class="uncode-info-box  top-avatar" ><span class="author-wrap"><a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/"><span class="uncode-ib-avatar uncode-ib-avatar-size-md"><img alt='Team redazionale' src='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-40x40.jpg' srcset='https://archiformazione.it/wp-content/uploads/2025/07/Team-redazionale-1-80x80.jpg 2x' class='avatar avatar-40 photo' height='40' width='40' loading='lazy'/></span></a><span class="author-info"> <a href="https://archiformazione.it/author/team-redazionale/">Team redazionale</a></span></span></div><div class="uncode-info-box  h4 font-weight-500 text-uppercase" ><span class="category-info"> <a href="https://archiformazione.it/focus_cat/design/" title="Vedi tutti gli articoli in Design" class="">Design</a></span></div><div class="divider-wrapper "  >
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