Il seminario e-learning accreditato CNAPPC, valido per l’acquisizione di CFP per la formazione continua degli architetti, esplora due documenti fondamentali per comprendere il disegno architettonico medievale: il Livre de portraiture di Villard de Honnecourt e i celebri disegni di progetto per la facciata del Duomo di Orvieto. Letti insieme, questi materiali mostrano che nel Medioevo il progetto non era soltanto rappresentazione, ma anche geometria applicata, controllo proporzionale e costruzione di un linguaggio figurativo nuovo. Il manoscritto documenta anche il cantiere medievale come luogo tecnico, con macchine di sollevamento, carpenterie, sistemi per puntellare strutture, strumenti per tracciare e persino soluzioni per il taglio della pietra.
Chi era Villard de Honnecourt?
Villard, originario di un piccolo paese della Picardia sul fiume Schelda, non era un semplice viaggiatore curioso ma un vero e proprio magister operum, ovvero un direttore dei lavori attivo probabilmente nell’abbazia cistercense di Vaucelles.
Il suo cosiddetto “Taccuino” (in realtà una cartella di pergamene rilegate solo successivamente, oggi alla Bibliothèque Nationale de France) raccoglie 33 fogli con 250 disegni, di cui 74 dedicati all’architettura, spaziando da rilievi di cattedrali come Reims, Laon e Chartres a macchine, carpenterie e persino animali esotici. Lui stesso definisce la propria opera come insegnamento “dell’arte del disegno, come l’arte della geometria comanda e insegna”, rivelando una passione quasi ossessiva per il triangolo aureo e le costruzioni euclidee applicate a ogni elemento, dai pinnacoli ai volti umani.
Tra le pagine più significative spiccano le piante di absidi a doppio deambulatorio, come quella attribuita a una chiesa sconosciuta progettata insieme al collega Pierre de Corbie, disegnata “discutendo tra loro” secondo l’annotazione originale di Villard. Particolarmente rilevante è il confronto tra i rosoni di Chartres e di Losanna: quest’ultimo, costruito nel 1205, è impostato su un doppio sigillo di Salomone (due triangoli equilateri intrecciati), dimostrando come Villard applicasse sistematicamente schemi geometrici euclidei anche quando disegnava a memoria opere già esistenti. Il suo rilievo della cattedrale di Reims è talmente preciso da mostrare sezioni di pilastri, archi e persino gli errori di percezione sulla trasmissione delle spinte degli archi rampanti, offrendo agli storici uno spaccato più vicino a un cantiere reale che a un semplice album di viaggio.
Come nascono i due disegni per Orvieto?
I due progetti per la facciata del Duomo di Orvieto, chiamati nei documenti d’archivio “gavantoni” (pergamene di grande formato), sono conosciuti come disegno Monocuspidale e disegno Tricuspidale. Il primo, una copia definitiva a inchiostro senza correzioni, presenta un’unica cuspide centrale dominante con torri laterali appena accennate, in un impianto di chiara ispirazione francese ma privo di una filiazione stilistica diretta. Il secondo, attribuito con maggiore certezza a Lorenzo Maitani e databile al 1310, introduce le tre cuspidi affiancate che armonizzano la composizione e che corrispondono quasi esattamente alla facciata realizzata, ad eccezione della parte superiore, poi modificata nel Quattrocento con l’aggiunta della Galleria degli Apostoli. Proprio questo confronto consente di leggere l’evoluzione della facciata non come salto stilistico improvviso, ma come progressiva messa a punto di una stessa idea compositiva.
In entrambi i casi, la facciata di Orvieto rivela un forte dialogo con il gotico francese, soprattutto nell’uso dei gabble o timpani acuti, dei pilastri verticali e dell’organizzazione della parete per registri sovrapposti. Tuttavia il risultato finale non è una semplice imitazione d’Oltralpe, ma una rielaborazione italiana che fonde parete piena, scultura, proporzione e tensione verticale in un linguaggio autonomo.
Qual è il legame tra geometria e progetto costruito?
L’analisi metrica condotta dall’architetto Maurizio Damiani sulle pergamene originali, oggi non più consultabili, ha rivelato i buchi del compasso e le linee di tracciamento preparatorio, dimostrando che l’intera facciata fu concepita secondo un modulo geometrico di 9,89 metri, coerente con le misure del corpo della chiesa già costruito dal 1290. Questo smentisce l’idea, sostenuta da alcuni critici ottocenteschi, che la facciata fosse una semplice “quinta scenica” scollegata dall’edificio.
Il corso mostra con grande chiarezza che la facciata del Duomo di Orvieto non nasce contro il corpo della chiesa, ma in continuità con esso, secondo una razionalità geometrica che lega interno ed esterno attraverso moduli, triangoli e rapporti misurabili. Questo dato è cruciale perché restituisce al progetto medievale la sua natura di processo unitario, ben lontano dall’idea di una facciata puramente decorativa. Per la cultura architettonica contemporanea, Villard de Honnecourt e Orvieto insegnano la stessa lezione: il disegno è insieme pensiero, misura e costruzione. Ed è proprio in questa convergenza tra intuizione figurativa e rigore geometrico che il Medioevo consegna agli architetti una delle sue eredità più vive.







